Un pomeriggio a Bihac

Di Paolo Luigi Zambon

All’arrivo in città non è l’arte o la storia a colpire, ma una lente e misera processione di giovani sognatoriDopo due anni di questi arrivi i residenti sono esasperati nonostante anche loro abbiano provato a essere profughiLe poche attrazioni della città passano quasi inosservate; la moschea Fethija, i resti della chiesa di Sant’Antonio, la torre del Capitano. A Bihac nell’angolo nord-occidentale della Bosnia, in un freddo pomeriggio di fine settembre, ad attirare l’attenzione sono i migranti. Afgani, pakistani, qualche somalo, palestinesi, bloccati qui con il loro bagaglio di sogni e speranze.Dall’altro lato, oltre una manciata di chilometri di foresta, l’ostacolo a loro dire più arduo: la Croazia.Controlli durissimi, manganelli, forze speciali, rimpatri forzati, cellulari fracassati o sequestrati, le misere somme di denaro spesso trattenute dalla polizia croata in barba a qualsiasi norma di comportamento delle forze dell’ordine di un Paese civile.L’arrivo a Bihac, provenendo da oriente, è preceduto da una colonna disordinata di miserabili diretti verso la città. È una processione lenta, povera, grama ma, soprattutto, giovane.Ci vuole poco ad attaccare bottone, i migranti hanno voglia di raccontare. Gli stenti, le notti nel campo improvvisato nella foresta, i tentativi respinti dalle forze dell’ordine croate, il sogno di raggiungere Austria, Italia, Germania, Francia o Spagna.In tutti predomina una spaventosa capacità di vivere in attesa: in attesa di una donazione, che un gruppo si formi per prendere la via della foresta, che un amico che ha tentato l’attraversamento si faccia vivo con notizie positive. Un afgano con il volto stanco, le caviglie ricoperte di graffi lascito della scarpinata tra i boschi a cercar fortuna, le scarpe due numeri più grandi e una folta chioma color pece, ha le idee chiare sul suo futuro. “Ci ho provato a raggiungere la Croazia, una volta a Velika Kladusa e tre qui vicino a Bihac, tornare indietro non si può”. Quando gli si accenna della possibilità di usufruire degli aiuti messi a disposizione dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni per fare ritorno in patria, accenna un sorriso e fissando il suolo afferma: “Tornare per fare cosa? Non c’è nessuna opportunità. Rovine, attentati e corruzione, e poi con tutti i sacrifici che ho fatto per giungere fino a qui …”. La sosta in un bar consente di raccogliere lo sfogo del giovane cameriere. Segue con gli occhi un trio di ragazzi mingherlini dai tratti somatici tipici del subcontinente indiano. Scuote il capo e si lancia in una lunga lamentela sulla situazione qui a Bihac. “Non si può andare avanti cosi, la gente all’inizio ha risposto bene pensando che il tutto si sarebbe sistemato in tempi brevi ma ormai sono due anni che continua questo via vai”. Cita alcuni episodi di problemi creati dai migranti e parla di un paio di tentativi di stupro per finire con la lamentela del turismo in crisi a causa della presenza dei migranti in città. “Anche noi siamo stati rifugiati durante il conflitto degli anni ’90, ma di questi qui pochissimi scappano da una guerra”.In mezzo a loro si prova pena, viene da pensare a quello che li attende oltre quella specie di ‘cortina di ferro’ moderna. Disperati, senza qualifiche, inadatti alle sfide in un mercato del lavoro che pare farsi ogni giorno più spietato. Ma l’energia positiva, data dalla giovane età e da un ottimismo quasi fanciullesco, rendono tutte le considerazioni dell’uomo d’occidente superflue. Loro attendono, tentano, sognano, provano con ardore, un ardore che s’è forse affievolito nelle società sazie e adagiate.Quando il sole cala e il freddo inizia a farsi pungente, alcuni di loro raccattano le borse squinternate e fanno ritorno verso il campo nella foresta dove passeranno un’altra notte difficile. Un gruppetto di giovani pakistani, a giudicare da come riempiono gli zaini di prodotti alimentari, è pronto a partire per il confine. Pare di distinguere i novellini, ancora con i sorrisi sui volti e una candida spensieratezza, da chi ha già saggiato il sapore acre del fallimento. Il pomeriggio a Bihac è quasi terminato e anche il tempo delle attese per questo plotoncino di sognatori.
Paolo Luigi Zambon, 38 anni, di professione programmatore informatico. Dopo anni di movimento utilizzando mezzi pubblici di ogni genere tra Europa dell’Est, Nord Africa, Medio Oriente ed Asia, nel 2011 intraprende il primo viaggio in sella ad uno scooter che naufraga a causa di un incidente alle porte di una cittadina del Nord della Mauritania. Dopo aver completato il viaggio in Africa Occidentale a bordo degli affollati autobus africani, nel Settembre 2012, in compagnia della compagna canadese lascia Budoia, suo paese natale in provincia di Pordenone, in sella allo stesso scooter rimesso a punto dopo l’incidente. Raggiungono, 14 mesi più tardi, Melbourne in Australia.40.500 chilometri attraversando Grecia, Turchia, Iran, Pakistan, India, Nepal, Thailandia, Malesia,Indonesia, Timor Est ed Australia.Rientrato a Vancouver, dove nel frattempo ha messo radici, organizza una spedizione di otto mesi in Messico e Centro America. “Inseguendo le Ombre dei Colibrì, il suo primo lavoro editoriale, è il resoconto di quest’ultimo viaggio. Dopo un lungo viaggio dalla penisola araba fino alle steppe centroasiatiche ritorna in Italia e esce in libreria con il secondo libro “Viaggio in Oman”. Nel 2019 abbandona per un paio di mesi l’amato scooter e visita l’isola di Taiwan a piedi. I Balcani sono l’ultimo pezzo di mondo visitato da Aprile a Novembre 2019, ancora una volta in sella allo scooter simil-Vespa.

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