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Lavoro, scontro frontale Renzi-Cgil. Camusso: “Hai in mente la Thatcher”. Il premier: “Avete difeso ideologie, non persone”

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ROMA – Sulla riforma del mercato del lavoro è scontro frontale fra Renzi e sindacati, spalleggiati dalla minoranza Pd. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, accusa il premier di avere “un po’ troppo in mente la Thatcher”. E il presidente del Consiglio risponde con un videomessaggio dai toni duri e venati di sarcasmo: “A quei sindacati che vogliono contestarci – dice Renzi – io chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario” perchè “si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente”.

“Sono i diritti di chi non ha diritti quello che ci interessano – continua il premier – e noi li difenderemo in modo concreto e serio. Non siamo impegnati in uno scontro del passato, ideologico, non vogliamo il mercato del lavoro di Margareth Thatcher – replica alla Cgil – ma un mercato del lavoro giusto, con cittadini tutti uguali. Noi ci preoccupiamo per tutti, voi solo di alcuni”.

Non si placano dunque le polemiche sul Jobs Act dopo l’accelerazione data da Renzi. Ieri la Commissione Lavoro del Senato ha dato il primo via libera alla delega. Ma la sinistra del Pd è tornata alla carica e ha annunciato battaglia. Da un lato Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, ha ribadito che il governo non punta a un decreto, ma a far approvare la delega in Senato entro l’8 ottobre. Dall’altro l’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani e il collega di partito Cesare Damiano, presidente Pd della Commissione Lavoro della Camera e nemico giurato del Jobs Act renziano, sono andati all’attacco e, in pieno accordo con i sindacati Cgil e Fiom, hanno criticato il progetto di riforma del premier. Al punto da provocare la reazione di Graziano Delrio che ha difeso l’operato del governo: “Le discussioni aiutano a migliorarsi – ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – l’importante è che non ci siano ultimatum o posizioni ideologiche. Abbiamo tutti l’ambizione di non ridurre i diritti e creare posti di lavoro”. Mentre il presidente del Senato, Piero Grasso, assicura: “Mi pare che il problema dell’articolo 18 sia risolto nel senso che è stato per ora accantonato. In ogni caso il Parlamento è sovrano: la prossima settimana la legge delega sarà in aula al Senato e credo che in quella fase si cercheranno di risolvere tutti i problemi”.

La voce del governo. Questa mattina Taddei ha spiegato alla Telefonata di Belpietro su Canale 5: “Il governo non punta ad un decreto con le nuove norme sul mercato del lavoro entro l’8 ottobre, bensì all’approvazione della legge delega da parte del Senato entro quella data, cosa che rappresenterebbe un segnale all’Ue”.

La risposta dei sindacati.
A stretto giro è arrivata la risposta della Cgil. Il segretario generale Susanna Camusso non ha escluso il rischio di uno sciopero generale sui temi della riforma del lavoro e ha contestato anche la parola stessa “rischio”. “Non capisco perché uno sciopero generale sarebbe un rischio. È una delle forme di mobilitazione possibili del sindacato”, ha affermato a margine dell’inaugurazione ufficiale della nuova sede della Cgil-lombardia a Milano.

Alla domanda se ci sia in agenda un appuntamento tra sindacato e governo, Camusso ha risposto sarcastica: “Non mi pare”. E ha aggiunto: “Mi sembra che il presidente del Consiglio abbia un pò troppo in mente il modello della Thatcher”.  La conseguenza di quel modello negli ultimi venti anni “è precariato e non competitività. Un modello fatto di divisioni”. Concludendo: “Non stiamo difendendo noi stessi: chi vorrebbe cancellare l’articolo 18 sta cancellando la libertà dei lavoratori”.

Referendum Scozia, il Regno resta unito. Elisabetta II: “Ancora insieme nel rispetto reciproco”

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EDIMBURGO – La Scozia ha detto No all’indipendenza dal Regno Unito. L’affluenza è stato un record assoluto, nei seggi si è recato oltre l’85 per cento degli scozzesi, si erano iscritti alle liste in 4,2 milioni. Il 55 per cento di loro ha messo la croce sul No. Il Regno resta unito. E, il giorno dopo, la regina Elisabetta saluta così il risultato della consultazione: “Non ho dubbi che gli scozzesi siano in grado di esprimere le loro forti convizioni, per poi tornare di nuovo insieme, in uno spirito di sostegno e di rispetto reciproco”.Lo sconfitto leader indipendentista Alex Salmond ha annunciato in conferenza stampa le dimissioni da primo ministro scozzese. Se avesse vinto il “sì”, ha spiegato, non si sarebbe dimesso. “Il sogno non morirà mai – ha aggiunto Salmond – ma non ci sarà un nuovo referendum nel prossimo futuro”.
Il premier David Cameron ha parlato brevemente, salutando il risultato: “Era un passo di democrazia che andava fatto. Uniti siamo migliori”, ha detto da Downing Street. E ha promesso che entro gennaio sarà prodotta una bozza di leggi per la devoluzione della Scozia promesso prima del referendum. Non solo: più autonomia sarà garantita anche alle altre regioni del Regno: Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles.Ma il piano di Cameron trova la resistenza del leader laburista Ed Miliband, che riconosce il bisogno delle riforme e propone che il dibattito inizi prima delle elezioni politiche fissate per il maggio 2015. Ma, e questa è la grande differenza con la proposta di Cameron che vuole arrivare a una bozza di devolution entro il prossimo gennaio per poi votarla dopo le elezioni, il leader dell’opposizione preferisce la creazione di una convention costituzionale per completare la riforma più tardi, nell’autunno del 2015.E ancora Salmond, annunciando l’addio, accusa: “Oggi David Cameron si è rifiutato di impegnarsi per una seconda lettura a Westminster di una legge per maggiori poteri alla Scozia entro il 27 marzo 2015. Una promessa fatta da Gordon Brown nella campagna referendaria”.

Spagna, via libera del Parlamento catalano per referendum sulla secessione

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ROMA – Il Parlamento regionale catalano ha approvato una legge che spianerà la strada al referendum sull’indipendenza dalla Spagna annunciato per il 9 novembre. Il presidente della Generalitat catalana, Artur Mas, aveva affermato in giornata, subito dopo la sconfitta degli indipendentisti scozzesi, che la battaglia per l’indipendenza “prosegue”.

“Il processo per l’indipendenza è rafforzato perché abbiamo visto un Paese dell’Ue accettare di tenere un referendum”, ha osservato Mas in una conferenza stampa a Barcellona. Il governo spagnolo ha già fatto sapere di ritenere illegittima e priva di effetti giuridici la consultazione in Catalogna, contro cui sta preparando un ricorso alla Corte costituzionale.

Il leader catalano ha optato per la strada di una “consultazione non referendaria” (cioè non vincolante), dopo che il parlamento di Madrid ha bocciato la sua richiesta di trasferire alla Catalogna la competenza per organizzare un referendum vero e proprio (una possibilità prevista dall’articolo 150 della costituzione spagnola). L’obiettivo della nuova legge approvata oggi è quindi aggirare il divieto stabilito dalla Costituzione spagnola al suo art. 149, che riserva allo Stato la competenza esclusiva per convocare “consultazioni popolari per via di referendum”. Madrid tuttavia ha già indicato a più riprese che intende ricorrere contro quello che considera un artificio giuridico, dato che il valore politico di una consultazione popolare sull’indipendenza, sia pure con valore meramente consultivo, sarebbe dirompente.

La legge istituisce un registro di partecipazione alle consultazioni popolari non referendarie, che sarà gestito dall’Istituto di Statistica della Catalogna. Potranno votare tutti i catalani di età superiore ai 16 anni e i residenti all’estero. La normativa entrerà in vigore al momento della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale catalana, probabilmente già questa notte.

Durante la discussione e al momento dell’approvazione della legge, all’esterno del Parlamento catalano, centinaia di persone hanno manifestato a favore dell’indipendenza e al grido di “voteremo!”.

Meno stadi, piu tv e web: così cambia l’Italia del tifo

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L’ATLANTE del tifo, curato da Demos-coop, quest’anno propone orientamenti coerenti rispetto agli ultimi anni. Almeno, sotto il profilo delle “appartenenze” e delle passioni degli italiani verso il calcio. La brutta figura della nazionale ai recenti mondiali in Brasile, dunque, non ha ridimensionato il tifo degli italiani. Al contrario, la quota delle persone che si sentono tifosi, nell’ultimo anno, è perfino cresciuta, seppure non di molto. Dal 36% al 40%. Anche se questo significa circa 12 punti in meno rispetto al 2010. Peraltro, fra i tifosi è aumentata soprattutto la componente “tiepida”, a scapito di quella più “militante”. Che oggi coinvolge, comunque, quasi 4 tifosi su 10. Allo stadio, d’altronde, ci va una minoranza. In calo, rispetto agli ultimi anni. Così la “passione” si coltiva a distanza. Di fronte alla TV, ascoltando la radio (i giovanissimi, soprattutto). Sfruttando le infinite possibilità di connessione offerte da pc, tablet e smartphone. Tuttavia, il tifo resta un sentimento diffuso. E, se ne osserviamo le distinzioni e gli orientamenti, incredibilmente stabile.

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