The Badlands: dove il tempo scorre in una dimensione diversa

di Anna Foschi Ciampolini

Non ero ritornata a Calgary da piὺ di quaranta anni. Eppure, in visita nel maggio 2022, girando nelle strade ordinate e linde del centro città, riuscivo a rintracciare senza fatica edifici storici come il palazzo che ospita The Bay e la Calgary Tower simbolo della città, o il parco sul Bow River. Neppure il Fairmont Palliser, l ’albergo dove alloggiavo, era molto cambiato, aveva solo aggiunto la tecnologia moderna all’opulenza dei suoi ambienti disegnati nello stile edoardiano molto in voga nel 1914, l’anno della sua inaugurazione. Nuovi grattacieli, nuove sculture nelle piazze, nuovi edifici dal disegno spettacolare come la Central Library si erano aggiunti alla geografia del centro, animato durante il giorno da impiegati e professionisti abbigliati con ricercatezza, da passanti e turisti, ma spopolato e immerso in una quiete un po’ sonnolenta nelle ore serali. Il motivo del viaggio da Vancouver verso l’ Alberta non era soltanto una ricerca di memorie lontane, quanto il desiderio di rivedere le Badlands dell’Alberta, o meglio almeno una loro abbastanza limitata zona, gli Hoodoos di Drumheller, facilmente raggiungibili da Calgary in un paio d’ore di guida attraverso la distesa della prateria. Quel paesaggio così diverso da quello montagnoso e denso di foreste della British Columbia stimola sensazioni all’inizio quasi di smarrimento alla vista dei vastissimi spazi aperti, di cielo e orizzonte infiniti, non impediti dai profili delle catene montuose, sensazioni che si trasformano presto in un sentimento di calma interiore che raggiunge il culmine quando si arriva agli Hoodoos, dieci colonne di pietra, alte da uno a tre metri, che si estendono su una superficie di circa undici ettari fra Drumheller e East Coulee. Le scure, tozze colonne di scisto marino sono sormontate da una cappuccio di arenaria bianca che le fa rassomigliare a enormi funghi. Ci sono voluti milioni di anni e la forza dei venti che hanno eroso la pietra per creare queste sculture di pietra che risalgono al periodo Cretaceo, circa 70 o 75 milioni di anni fa. È una cattedrale naturale di fragili giganti, immersa nel silenzio e sospesa in una dimensione irreale del tempo. Tutt’intorno, il paesaggio plasmato dall’erosione, solcato da profonde avvolgenti spire e striature e il terreno rugoso e brunastro, reticolato da piccole crepe emanano uno strano, quasi sensuale fascino che incute reverenza. I popoli Cree e Blackfoot ritenevano gli Hoodoos come i protettori del luogo che di notte prendevano vita e scagliavano pietre contro ogni intruso. Per fortuna in quel periodo dell’anno i turisti erano molto pochi e non sono diventati bersaglio della collera degli Hoodoos.

A pochi passi di distanza, sorge Wayne, un ex-villaggio minerario che come indica un cartellone, conta ora 25 abitanti. Ne aveva 2.490 ai tempi dello sfruttamento delle miniere di carbone. Pannelli di fotografie storiche documentano la durissima vita e i pericoli affrontati dai minatori. Ma la testimonianza piὺ imponente di quell’epoca è l’Atlas Coal Mine National Historic Site, ciò che resta della un tempo prospera cittadina di East Coulee nella Red Deer Valley, dove dal 1930 fino a metà degli anni ’40 l’industria dell’estrazione del carbone dava lavoro a 3.000 persone. Verso il 1955, la popolazione diminuì drasticamente, i negozi e commerci si ridussero a tre: uno spaccio alimentare, un albergo e una autofficina. Nessuno voleva piὺ il carbone, mentre invece si espandevano le estrazioni di petrolio e di gas naturale. Una dopo l’altra tutte le miniere di carbone furono chiuse ma Atlas Mine sopravvisse fino al 1979 sia pure in ridottissime dimensioni.

Stimolati dall’ aria fresca e cristallina e dalla camminata abbiamo fatto sosta al leggendario Last Chance Saloon dove gli hamburger rivaleggiano in stazza con gli Hoodoos e la cordialità autentica ed esuberante dei proprietari non può essere che made in Alberta. È davvero l’unico approdo: tutto intorno si stende il paesaggio scavato dagli elementi e costellato da centinaia di piccoli e piccolissimi hoodoos. Qua e là spuntano macchie di artemisia e cactus. Non ci sono case e neppure altri segni di presenza umana e non la si rimpiange. Meglio lasciarsi avvolgere dalla calma solenne, dall’aura di sacralità, dal silenzio, meglio astrarsi in quella dimensione senza tempo. Quello è il magico dono che le Badlands offrono.

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