Quando il sole tace

Di Vittorino Dal Cengio

Pinin l’aveva intravista, quella meravigliosa creatura, durante un giorno di festa al mercato delle erbe nel vicino villaggio e ne era rimasto incantato. Nessuna delle ragazze del suo paese poteva reggere un benché minimo confronto con quella donna dai capelli rossi che, visti contro il pallido sole primaverile, le davano un’aura misteriosa. Appariva e spariva in attimi sfuggenti tra le tende dei banchi di vendita con la facilità di un fantasma, seguita dai lembi del suo aleggiante, sottile abito. E ora, una sera al ritorno dal lavoro, se la trovò lì, stagliata sulla soglia di una casotta di legno in mezzo alle isbe della borgata dove lui aveva deciso di restare, illuminata alle spalle da una luce più diffusa e intensa di quella di un lume. Egli sentì, inconfondibile, un impellente desiderio di entrare, come uno dovesse ubbidire a un’amichevole esortazione. La donna si tenne da parte, il suo abito di un colore sbiadito confuso con la tinta evanescente delle pareti. Pinin si trovò nel mezzo di una stanza in cui il pavimento, coperto da lisci tappeti, sembrava emanare una luce propria, nonostante il lume appeso al basso soffitto. Si accorse allora di una bimba che stava saltellando qua e là lasciando, da sotto le scarpette intrise di colori, impronte di fiorellini al suolo. Pinin si ricordò, nonostante la difficoltà di quella lingua straniera, delle parole di Alina, l’anziana che lo aveva accolto nella sua isba e curato dalle ferite dopo l’ultimo scontro a fuoco con i russi più di due anni prima. Alina aveva appunto menzionato la venuta di una maestra per i piccoli dell’asilo.
Pinin aveva anche pensato di trovarsi una ragazza del luogo per metter su famiglia e aveva cominciato a guardarsi attorno ma l’apparire di quella donna di una decina d’anni più vecchia di lui l’incuriosì. A guardarla in viso sembrava avesse lineamenti delicati ma stranamente indefiniti più che altro, di una bellezza non comune. I suoi leggiadri occhi celesti, dopo l’ultimo sguardo di sorpresa rivoltole da Pinin, indicarono una stanzetta adiacente, separata da una tenda marrone. Pinin vi entrò e, uscitone con più entusiasmo, seguendo un pressante ordine nella sua mente, in un mutuo linguaggio spiegò alla bimba come impiastricciarsi le scarpe con colori più vividi, presi dai lati della baccinella che li conteneva. Poi, sempre attenendosi a istruzioni impartite senza alcuna parola e che egli accettava, ammagliato e via via più a suo agio alla presenza di quella imperscrutabile donna, s’imbrattò anche i suoi scarponi e cominciò a lasciare tracce di anatra sul pavimento, miste a fiori più grossi e vividi di quelli lasciati dalla bimba. Allora la donna sorrise, ma con una movenza che a Pinin apparve soffusa da un velo di nebbia. Si unì ella quindi alla peculiare danza, a tratti toccando le braccia di Pinin, lasciando tracce di fiori luminescenti dai suoi piedi nudi. Strano, pensò Pinin, fuori c’è ancora la neve che si sta appena sciogliendo e lei è qui senza scarpe. Pinin le pose le mani ai fianchi mentre stavano ancora saltellando attorno ed ella fece altrettanto con lui. A Pinin non sfuggì il calore umano che la donna gl’impartiva a ogni movimento. Provava un crescente piacere toccando quel sottile abito a lei aderente dalla vita in su. E poi, mentre la bimba si era fermata al centro della stanza a toccare i fiorellini sul pavimento, Pinin e la donna scivolarono sui colori freschi e caddero a terra, lui sotto e lei sopra. Si abbracciarono, rimasero per qualche secondo stretti l’uno all’altra, poi lei si alzò, spostandosi con le ginocchia sul pavimento verso la bimba, rimanendo carponi. Pinin la seguì alla stessa maniera, fermandosi dietro. Notò quindi il leggero abito che, essendo la donna con i gomiti a terra e stesa in avanti a comunicare con la bimba, le copriva ora appena le liscie cosce, la sua pelle fine come l’alabastro. Pinin sollevò allora quel lembo sottile e rimase attonito alla vista. Lei, sotto quel leggero abito, era completamente nuda. Nella sua mente, Pinin da lei non registrò nessun ostacolo al desiderio che provava così intensamente. In quella mutua comunicazione ella rimase neutra ma non indifferente, quasi a dargli una scelta. Pinin le si accostò, posò sfiorando delicatamente le sue dita ai lati e lungo la parte più intima della donna, poi reclinò una guancia sulla natica più vicina e rimase per un attimo in estasi, rapito da quella ridda di sensazioni a lui nuove.
“Hah hah! Hai visto il suo sedere,” disse la bimba.
Pinin si destò a quel candido commento e rispose subito. “No, no. Vedi, questo tappeto sul pavimento sta sopra un altro che è sopra a un altro ancora, più sotto.”
La bimba continuò, intenta al suo gioco. Pinin si rese conto che quella breve conversazione appena scambiata si svolse con parole vere, scandite a viva voce per la prima volta durante quella sera. Si accorse inoltre, per quella esoterica donna, di aver provato una sensazione pura, sublime, di vero amore quale mai si era figurato esistesse, molto al di sopra della pur piacevole impressione sessuale. E con quell’amore provò un crescente, vigoroso calore umano, calmante, additivo, provenire da quell’essere, da quella donna che ora gli appariva come una fata delle storie, per certi sensi inquietante. Alzandosi, le carezzò ancora le cosce, provando un impeto di passione, quasi la sua mente fosse tutt’uno con quella di lei, sincronizzati nella medesima esaltazione, quasi a formare un solo, cosciente individuo. Ripose poi la bacinella dei colori nella stanzetta e, in quel momento, sentì un urlo raccapricciante, d’oltre tomba, che gli fece gelare il sangue e rizzare i peli. All’esterno, la donna gridava: “Noo! Efferato demone,” accasciandosi con voce straziante.
La bimba era sparita. Pinin si guardò attorno, poi seguì la donna slanciata in una folle corsa sulla neve, verso l’orizzonte, in direzione opposta al villaggio. Percepì nella sua mente ciò che la donna pensava e che andava ripetendo con rabbia e disperazione tra sé: me l’ha rapita, maledetto mostro infernale. Pinin aumentò l’andatura, com’era solito fare durante le corse a piedi a scuola, dove vinceva ogni volta in uno sforzo agli ultimi metri ma non riuscì a raggiungere la donna. Quella pareva spinta dal vento con l’abito svolazzante, i suoi piedi nudi che sfioravano appena la crosta nevosa mentre gli scarponi di Pinin sprofondavano, invece, nella soffice neve, impedendogli la corsa. La raggiunse, finalmente, quando lei arrivò all’uscio di una cascina isolata, dove ad attenderla apparve una vecchia arcigna con una falce in mano, rischiarata dietro da una tremolante fiammella. Al suo lato, l’uomo che aveva rapito la bimba stava ancora inviando profanità nella sua mente e, ne era sicuro, anche in quella della donna. All’altro lato, ritta e tremante, la bimba era tenuta per mano dalla vecchia. Pinin non perse tempo; mentre la donna stava ancora lottando mentalmente con i due antagonisti, egli si scagliò contro la vecchia riuscendo a strapparle la bimba. In una corsa sfrenata, nell’oscurità, si sentì al sicuro. Sapeva di aver distanziato l’uomo che, ne era certo, l’inseguiva. L’angoscia di non farcela lo prese però alla gola mentre la saliva gli usciva di bocca ma continuò imperterrito, nonostante sentisse le forze svanire. Allora, alla sua sinistra, l’uomo lo raggiunse correndo, apparentemente incrociandolo da un’altra direzione. Pinin lo guardò fissandolo negli occhi e si accorse in quel momento che, nell’oscurità, quell’essere emanava dalle pupille una luce rossa, intensa, ferale, che gli sembrò infernale.
Il demone, appaiandolo, chiese mentalmente a Pinin: “Vuoi un’aranciata?” E poi stese il braccio e gli porse la bottiglietta che stringeva in mano.
Pinin la rifiutò con un gesto. Non aveva certo il tempo di berne una e poi, cosa ci faceva un’aranciata nella steppa se, a casa, era difficile trovarne una al bar del paese?
Il demone gli prese la bimba dalla stretta delle sue braccia e svanì nel nulla assieme a lei, ma solo fisicamente. Pinin si fermò, spossato. Sprofondò la sua faccia nella neve, cercando un momentaneo refrigerio ma, come pochi attimi prima, la sua mente non era libera. Il demone gli stava dimostrando come, in mille modi e con ogni arguzia, avrebbe potuto causargli la morte, essendogli omnipresente, incutendogli in quella maniera una profonda, atavica paura e terrore in caso avesse tentato di riprendersi la bimba o di cercare la donna. Io, la donna, la vecchia e la bimba siamo della stessa famiglia, pareva gli volesse inculcare in testa.
Pinin aveva pensato spesso alla morte in quei due anni e più da quando era stato ferito in quell’ultima battaglia. Aveva perso subito i sensi e i suoi compagni alpini lo avevano creduto morto e lasciato quindi sulla neve, all’abbraccio mortale del gelo, finché, per miracolo, all’albeggiare era rinvenuto, raccolto poi dai famigliari di Alina, tenuto nascosto e curato come un fratello. Ne aveva visti di orrori durante quella ritirata, cose da far impazzire chiunque e doveva la sua vita a quei generosi contadini, anime semplici e comprensibili, pur essedogli nemici in guerra. Aveva quindi deciso di continuare a vivere tra loro, non una nuova vita, semplicemente una logica continuazione. Avrebbe potuto tornarsene a casa a guerra finita ma a chi doveva la sua gratitudine? Alla patria che l’aveva destinato a combattere sulle steppe russe o a chi l’aveva accolto moribondo? Si sentiva sì in colpa per tutti i suoi commilitoni caduti, ma semplicemente perché egli era ancora vivo. E non poteva cancellare dalla sua mente le atrocità che gli impedivano ancora il sonno, che lo angustiavano in permanenza.
Dalla neve questa volta lo raccolse Alina, che lo aiutò verso l’isba.
Pinin costatò che aveva perso, che non poteva far nulla contro i demoni che lo tormentavano, eppure voleva vincere, in qualche modo, forse dimenticando quelle sconvolgenti scene di tregende che lo angosciavano. Sapeva di essere un buon carpentiere e aveva promesso ad Alina di aggiustare una vecchia scrivania. Doveva solamente dar un colpo di martello a quattro chiodi per fissare la nuova cornice nella parte superiore e, nonostante le proteste di Alina che lo voleva a letto a riposo, cominciò a martellare. I primi chiodi li conficcò facilmente, il terzo si bloccò in un groppo e subito gli saltò alla mente la vivida immagine del demone che gli diceva di stare attento, quel chiodo poteva essere il percussore di una bomba.
Alina lo trascinò a letto, non insistendo per la cena, come aveva fatto altre volte in quelle circostanze.
Pinin, vistosi sconfitto in ciò che sapeva di eccellere, si ricordò anche delle corse ciclistiche prima della guerra; aveva vinto diverse volte e in allenamento faceva la salita Pedescala-Rotzo in meno di mezz’ora.
Voleva vedere chi l’avrebbe sorpassato ma, immediatamente, si trovò arrancante su per la salita di Ignago, seguendo il demone dagli occhi rossi, non fidandosi di stargli davanti. Il suo ragionamento non faceva una grinza perché poteva controllarlo a breve distanza da dietro per poi scattare verso il traguardo su quella non impegnativa salita. Non riuscì però a raggiungerlo, nonostante i suoi immani sforzi sui pedali.
Vide il demone al traguardo che pedalava all’indietro, in su, essendosi girato sulla bicicletta, in segno di scherno, voltandogli non la schiena, ma gli occhi fiammeggianti in faccia e il petto peloso sotto la maglietta aperta. Pinin accusò anche quell’ultima sconfitta. Non avrebbe mai potuto vincere su quelle forze malefiche.
Il mattino seguente Pinin prese una decisione. Voleva lasciare tutti quei brutti ricordi e quei tremendi incubi su quella terra maledetta.
Avrebbe intrapreso il ritorno a casa, a piedi, da solo.

Share on facebook
Facebook
Share on google
Google+
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on pinterest
Pinterest
Subscribe
Notify of
guest
0 Comments
Inline Feedbacks
View all comments
Greater Vancouver Community Credit UnionGreater Vancouver Community Credit UnionGreater Vancouver Community Credit Union
ADVERTISEMENT
AnnieAnnieAnnie
ADVERTISEMENT
SfinakiSfinakiSfinaki
ADVERTISEMENT
ADVERTISEMENT

Latest News

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x
Scroll to Top