Milva, artista e donna leggendaria

di Anna Foschi Ciampolini

C’erano ancora i televisori a valvole, scatoloni bombati che trasmettevano programmi in bianco e nero sui due canali della Rai Televisione statale. Una sera d’inverno nel 1961, non una sera qualunque, trasmettevano il Festival di Sanremo, sullo schermo apparve una ragazzotta seppellita sotto un inverosimile cespuglio di capelli, una esordiente senza nemmeno un cognome ad accompagnarne il nome d’arte: Milva. La ragazzotta tirò fuori una voce dell’altro mondo, cupa, viscerale, intensa da fare male, tale da rendere misteriosi e intriganti anche versi come: “Vieni a vedere il mio mare/Io lo tengo nel cassetto/Una conchiglia, due stelle/Tre gocce di mare blu,” la canzone con la quale si classificò al terzo posto in coppia con Gino Latilla. Da quella goffa crisalide, con il passare degli anni si sviluppò una splendida farfalla, una donna enigmatica, sofisticata, tenace e bellissima, una artista duttile capace di calarsi in un repertorio difficile, una diva che si esibiva sui palcoscenici che “contano” davvero in Europa e vendeva dischi in tutto il mondo.

Se n’è appena andata, a 81 anni devastata dall’Alzheimer, che già è stata scritta una valanga di articoli soprattutto concentrati sui suoi amori, sugli uomini che sono entrati e usciti anche tragicamente dalla sua vita, su quello che alcuni di questi uomini hanno detto di lei e quello che lei ha detto di loro. Come se fossero queste le cose da ricordare veramente. Milva, soprannominata, e non lo meritava, “La Pantera di Goro,” ha vissuto una vita al di fuori delle convenzioni del suo tempo, ha cercato sì dei legami affettivi ma ha prima di tutto inseguito la sua libertà e la sua vera identità di artista e interprete attraverso un lungo, spossante lavoro di continuo studio e ricerca di una ideale perfezione. Ha avuto un Pigmalione, il marito Maurizio Corgnati, un intellettuale raffinato che intravide immediatamente dietro i vestitoni goffi e le pettinature iperboliche della ragazzotta di Goro l’immagine nuova e più vera di lei, quella di una sirena flessuosa dalla lunga chioma color fiamma, le labbra squillanti di rosso acceso, che ricordava Rita Hayworth ma con un tocco di mistero in più, con una sensualità algida, irraggiungibile contraddetta da quella sua voce che sembrava scaturirle dal grembo. Il resto, per la maggior parte lo ha fatto da sé, di Pigmalioni non ne aveva più bisogno. Restano le cose che parlano veramente di lei: il suo lavoro, le interpretazioni di Brecht, il teatro, i films che ha girato, i brani che ha cantato prima di fare l’ultimo inchino al suo pubblico e lasciare per sempre la scena.

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