La disavventura di Hope (Parte II)

di Daniele Caudullo

Sinossi: Le profezie della giovane contadina Hope sono fondate e i barbari attaccano il suo villaggio. Con un coraggio insperato, Hope si aggrappa alla sua fede e combatte gli invasori come una vera eroina. Ma una decisione inaspettata spiazza tutti quanti loro.

Si diede dei forti pizzicotti per cercare di capire se stesse sognando o no. Poteva sentirli; era tutto

vero, purtroppo.

Cercò i suoi genitori in giro per la casa, con il cuore pieno di paura. Non c’era più nessuno.

Ville è un’isola magica: spariscono sempre tutti.

Si domandò come mai i barbari guerrieri nordici non si fossero accorti della sua presenza. Si ritenne

molto fortunata, ma doveva sapere che fine avevano fatto le persone che aveva sempre amato di più

al mondo.

Aprì la porta e vide l’inferno: le fiamme inclementi corrodevano lentamente il paesaggio circostante

e un intenso odore sulfureo pervadeva l’aria, provocando alla fanciulla dei pesanti colpi di tosse.

Pianti e urla risuonarono nell’aria e i fragori violenti causati dall’incipiente massacro terrorizzarono

la fanciulla in lacrime.

Prese un panno e lo poggiò sul viso, cercando disperatamente di non inalare i fumi. Sapeva già chi

doveva salvare. Varcò la porta e corse immediatamente verso la prima direzione che le venne in

mente, pregando Dio di guidare la sua corsa.

Sentì lo straziante urlo di una donna, seguito dalle suppliche: «Risparmiate la mia vita, vi imploro!

Non merito di morire in questo modo!»

Hope corse immediatamente verso la direzione da cui provenirono le urla e trovò proprio lei, la

contessa Silverstone, minacciata da un barbaro omaccione che, afferratala per il colletto, tentò di

tagliarle la gola. Hope afferrò immediatamente un piccolo vaso che si trovò nelle vicinanze e glielo

lanciò in testa. Non riuscì a fargli un graffio, naturalmente. L’uomo si voltò verso di lei e lasciò

cadere la donna, che strisciò immediatamente dietro la fanciulla.

L’uomo grande, grosso e rozzo la schernì: «Che cosa hai intenzione di fare, bambinella?

Uccidermi?»

«Farò la cosa più sensata che abbia fatto in tutta la mia vita!», replicò lei, quasi gloriosamente,

come una vera paladina della giustizia. Poggiandosi ancora il panno sul viso.

«E sarebbe?», la interrogò lui, con un certo ghigno.

«Fuggire!», esclamò in fretta la ragazza, afferrando la mano della contessa per scappare.

«So io dove andare! Seguimi!», le ordinò la donna, avanzando il passo per condurla verso la

misteriosa meta salvifica da lei designata. L’uomo le lasciò andare. Correre? Faticare braccando

due donne, quando si ha tutto il tempo di rubare? E perché mai? Chi se ne frega?

«Contessa, avete bisogno di questo?» chiese Hope, porgendole il suo panno.

«No, ne hai più bisogno tu!», rispose la donna, tra un colpo di tosse e un altro.

Si diressero verso la torre dell’orologio, riparandosi nel buio delle ombre, laddove le fiamme non si

erano ancora espanse.

Salirono le scale a chiocciola, con tutta la forza rimasta, assicurandosi di non inciampare tra un

gradino e l’altro.

«Lanceremo un segnale di allarme, così che possano sentirci dalla torre del faro!», esclamò la

contessa, sfinita.

«Non capisco come!» rispose Hope.

«Te lo mostrerò!», replicò la donna, entrando nella camera e tirando un’enorme leva che attivò degli

ingranaggi polverosi che attivarono un suono piacevole, ma vigoroso.

«Non sospetteranno mai che si tratta di un allarme, sono dei barbari!» affermò la donna, serrando

l’entrata da cui erano venute.

«Se solo mi avessero ascoltata …», borbottò Hope, spazientita.

«Non ho mai dubitato della tua buona fede, piccola Hope. Non dare mai peso a quello che dicono

gli altri. Ho capito subito quanti vali davvero e adesso, comunque vadano le cose, sei l’unica amica

che ho.»

Non appena finì di pronunciare quelle amorevoli parole, la sua testa si staccò e crollò sul

pavimento, insieme al resto del corpo ben presto esangue.

Hope cacciò un grido assordante, non riuscì ad accettare l’atroce scena a cui dovette assistere. Un

uomo affiorò dall’ombra in cui giacette in silenzio, sfoderando le enormi forbici che aveva usato per

decapitare la povera donna.

Ci fu un’altra direzione, oltre a quella che la contessa aveva appena serrato. Una piccola arcata.

Hope la attraversò; non sapeva dove portasse. Le gambe non le ressero quasi più, si sentì tanto

debole e stanca. La camera successiva era illuminata dai bagliori rossastri emessi dal fuoco esterno

che attraversarono le finestre.

Hope vide un ammasso polveroso di tessuti in seta gialli e rossi. Probabilmente, una lunga tenda

abbandonata per terra prima ancora di essere rifinita, o magari giaciglio di fortuna per coppie di

amanti fugaci. Non importava: la fanciulla vi si gettò senza pensarci due volte; doveva pur

nascondersi, in qualche modo. Sentì i passi dell’uomo avanzare molto lenti, sempre più vicini.

Povera piccola. Pianse lacrime copiose; non ebbe più paura di morire: si sentiva già all’inferno.

Sentì il portone principale sbloccarsi. Gli scalpicci si affievolirono fino a diventare brusio e poi

svanire nel silenzio della notte. Il nemico se n’è andò via.

La ragazzina uscì lentamente allo scoperto e trovò un nastro blu vicino alla finestra, abbandonato.

Lo prese in mano e lo guardò mentre le sue lacrime continuarono a scorrere.

«Sei abbandonato. Proprio come lo sono io adesso.», sospirò la fanciulla. Lo usò come laccio per

legarsi i capelli.

Non ebbe alcuna intenzione di fuggire dal portone principale: avrebbe potuto trovare qualche brutta

sorpresa e inoltre la sola idea di rivedere il cadavere della contessa le incusse un tale terrore che

avrebbe preferito gettarsi dal finestrone, piuttosto. Ed ecco la geniale idea!

Annodò quelle tende sotto le quali si era riparata, fissando il tutto a una delle sbarre laterali del

finestrone. Quei romanzi d’avventura che tanto amò leggere le tornarono utili. Hope si calò giù per

la torre. Tutta la paura del vuoto passata in un soffio. Il suo cuore fu così contaminato da terrore,

odio e desolazione, che scendere da una tale altezza le sembrò una passeggiata.

Riuscita ad atterrare con molta prudenza, pregò ancora una volta Dio di mostrarle la strada giusta, in

qualche modo; un altro atto di abbandono all’entità benevola e creatrice nella quale si è sempre

riconosciuta.

Guardò il cielo: non una sola stella a indicarle la via. Ma non si diede per vinta: avanzò a passo

svelto, tuttavia felpato, verso una strada ormai disabitata, alla ricerca dei suoi genitori.

Mentre Hope si trovò abbandonata al suo destino, gli abitanti sopravvissuti a morte o prigionia si

riunirono nei sotterranei per discutere sul da farsi senza che il nemico potesse sentirli. Le polveri

emesse dalle rocce causarono loro dei lievi giramenti di testa, ma è lì che dovettero restare.

«Che disgrazia! Ma come è potuto succedere?» piagnucolò uno di loro.

«È quella ragazzina, la figlia di André! Quella piccola disgraziata è portatrice di sventure!»,

brontolò l’altro.

«Sì, adesso ricordo! Ma perché non tiene mai chiusa quella boccaccia? Avremmo dovuto cacciare

via quella piccola pazza quando era il momento!». bofonchiò Alphonse, il marito della duchessa

Siverstone.

«Non ci rimane che una cosa da fare: evocare il giudice divino!»

Tutti, in pieno disaccordo, protestarono. Il giudice divino non è mai stata una figura ben accetta tra

gli abitanti della Ville del Sud.

«Dobbiamo farlo, altrimenti andrà sempre peggio! È un punitore, saprà darle il castigo che merita!»

Il giudice divino, a loro dire, è sempre stato una creatura ambigua e infernale dalla quale tenersi alla

larga. I Villani del Sud non sono mai riusciti a capire se questa misteriosa entità religiosa fosse

buona o malvagia, né da quale parte fosse schierata. Tuttavia, sentirono di non avere altra scelta.

«E se qualcuno di noi sarà vittima di possessione proprio come quella sciagurata? A questo avete

pensato?», domandò Alphonse.

«Vedete una soluzione migliore? Preferite morire?»

Abbassarono tutti il capo, rimasero in silenzio per qualche istante. Dopo qualche sguardo di intesa,

si inginocchiarono in cerchio e pregarono…

Nel frattempo, Hope sentì ululare. Sembrò proprio Lotus! Vide in lontananza quel tenero batuffolo

bianco abbaiare verso di lei e fuggire.

«Piccolino, sono io! Non ti ricordi di me? Non fuggire, non voglio farti del male!»

Non avrebbe dovuto parlare così ad alta voce, qualcuno avrebbe potuto sentirla. Ma ormai non le

importò più nulla: il sangue le ribollì a tal punto che vide macchie rosse e verdastre coprirle la vista.

Si sentì quasi invincibile, ormai.

Si trovò di fronte a una casa, dalla quale si poterono udire delle voci. Hope avanzò a passo molto

lento, con il cuore in gola, impregnata di sudore.

Erano proprio i barbari del Nord, riuniti nel salone. Ai lati dell’entrata, la fanciulla origliò

terrorizzata. Parlò il loro capo, attorniato dai suoi seguaci.

«E poi, ho decapitato quella stupida donna! Avreste dovuto sentirla: Oh, ma i barbari non

capiranno mai che abbiamo lanciato il segnale d’allarme, sono troppo rozzi!»

«Stava con qualcuno?»

«Era con una ragazzina. Dovevate vedere quanto strillava quell’altra piccola idiota! Sembrava una

di quelle cornacchie che si odono nella foresta!»

«E poi com’è andata?»

«Quella piccola stupida s’è andata a nascondere sotto delle tende abbandonate, pensando che non

me accorgessi! Mi avvicinai a lei per infilzarla, quando…»

«Quando…?»

«Niente. Ebbi l’impulso di andarmene e lasciarla al suo destino.»

«E perché mai?»

«Non lo so. Era quello che sentivo ed era una sensazione molto forte. Dovevo andarmene. Forse, è

quello che vuole Phosphoros. E allora sia, seguo la sua volontà. Se ne occuperà lui.»

Hope rimase allibita. Sentì il suo cuore in frantumi. Risero della morte atroce di una donna

innocente e si beffarono dell’ingenuità di una fanciullina. Si domandò tuttavia chi fosse Phosphoros.

Non l’aveva mai sentito nominare, prima d’ora.

Phosphoros è il dio della luce che professano i barbari del Nord. Equivale a Lucifero. Hanno sempre

disprezzato Jahvé, il Dio cristiano, considerato da loro una divinità malvagia, gelosa, egoista e

oscurantista. Il nome Phosphoros ha origini molto antiche. Fu una divinità pagana risalente alla tradizione greca e diffusasi infine in quella romana. I barbari credono che l’avvento di Sophia, annunciato da Malice molti anni prima, altro non sia che il ritorno della dea Eos, nata sotto una nuova incarnazione e pronta a liberare il mondo dal Male.

Hope sentì abbaiare ancora. Vide Lotus in mezzo ai barbari.

Oh, no!, pensò la fanciulla.

«E tu che ci fai qui, imbecille di un cagnolino? Non ti avevamo chiuso nella tua gabbietta?»

Lotus continuò ad abbaiare e scodinzolare.

«Tieni, prendi questa pallina, scemotto!»

Il capo lanciò la pallina. Il cane la guardò e tornò a fissare lui, scodinzolando ancora.

«È proprio stupido…», borbottarono gli altri, scuotendo la testa.

«Pensavo che a voi cagnetti piacesse prendere le palle! Prendi quella maledettissima palla!»

Subito il cagnetto fece un balzo tale da raggiungere i suoi testicoli e morderli con forza, fino a farlo

gridare di dolore. Lui lo prese a pugni, ma lui non volle sentire ragioni, anzi, continuò a muovere

felicemente la coda. I suoi seguaci non seppero come aiutarlo. Che spettacolo indegno e imbarazzante. Approfittando della distrazione dei nemici, Hope avanzò verso l’uscita di fronte a lei,

trasversale al salone in cui si trovarono i barbari. Non servì a nulla, perché uno di loro si accorse di

lei: vide la sua ombra con la coda del suo occhio.

Andò a vedere. Lei corse fino a giungere in una grande stanza in pietra dove lavoravano le

lavandaie. Vide una pozza nera, proprio come nel sogno. Solo molto più sporca. Sentendosi seguita,

si gettò lì dentro senza pensarci due volte.

Udì i passi di un soldato. Era lì dentro, ma non si accorse di nulla. L’acqua fu così torbida che non la

degnò di un solo sguardo. Si guardò circospetto, mentre la fanciulla trattenne il suo respiro e chiuse

gli occhi che le bruciarono intensamente.

«Che cosa accade?» domandò un altro soldato entrato nella stanza.

«Nulla. Pensavo di aver visto qualcuno entrare qui; temo di essermi sbagliato. Non c’è nessuno qui.

Cosa fa il comandante?»

«Ancora dolorante.»

«Che vergogna. E questo qui dovrebbe guidarci?»

«Tu sapresti farlo meglio?»

«Decisamente.»

«Tieni.», gli disse il compagno, porgendogli la sua spada «Distruggi il suo emblema. Sai bene cosa

accadrà: se riuscirai nell’impresa, sarai il nostro re. Ma se dovessi fallire…»

«Lascia perdere, Boris. Lascia perdere. Sto bene così, in fondo. Andiamo.»

Gli uomini si allontanarono e Hope poté finalmente riemergere. Riprese tutto il fiato che le serviva.

Quasi si sentì svenire. Pianse ancora, tanto per cambiare. Gli occhi le fecero un male tremendo.

Sperò con tutta se stessa che non le venga una congiuntivite e sospettò che il destino non facesse

altro che prendersi gioco di lei. Che razza di nascondiglio sarebbe una pozza come quella? Non

importa: ebbe l’informazione preziosa promessa il suo sogno premonitore: bisogna distruggere

l’emblema per vincere il capo dei barbari e ottenere finalmente la libertà.

Si sentì congelare. Tremante di freddo, sentì i barbari andarsene. Vide il cagnolino in un angolo,

ancora pieno di energie.

«Sei riuscito a scappare, eh? Sei tanto piccolo, per te è così facile.», gli parlò Hope, a bassa voce.

L’animaletto corse verso un’altra zona della casa che condusse all’uscita posteriore.

«Perché fuggi sempre, maledetto?», gli domandò la fanciulla, battendo i denti e avvertendo i primi

sintomi della febbre. Decise di seguirlo, nella speranza di potere salvare almeno lui. Sentì di dover

riposare, in qualche modo. Le antiche miniere sembrarono una buona idea: avrebbe potuto

accendere un fuoco e fare pennichella, sperando che i morsi della fame non le avrebbero poi

impedito di portare a termine l’eroica impresa di sconfiggere il nemico.

Il cagnolino andò ad annusare una fiaccola, guardando poi Hope.

La fanciulla la raccolse e andò ad accendere immergendola in uno dei fuochi ancora accesi in città.

Come mai è tutto così deserto? Se ne sono forse andati? Bisogna accertarsene, prima di abbassare la

guardia. Ma dov’era finito il cagnolino? Sparito ancora; chissà dove.

«E adesso dov’è andato quello? Io non ti cerco più, mi sono stancata di correrti dietro!»

Stizzita e stanca, la ragazzina raggiunse l’ingresso delle miniere e scese gli scalini, facendosi strada

tra le fosche rocce puzzolenti. Si sentì ancora più debole e la vista le si appannò. Sentì di dover

starnutire, ma fu più saggio trattenersi. Il suono di nenie e sussurri di un certo fervore cominciò a

pervadere l’aria soffocante di quel posto ostile. Voci a lei famigliari, ne riconobbe l’accento.

Cammina cammina, sentì chiaramente cosa stessero dicendo: «Oh, quanta magnificenza, siete

bellissimo!»

«Non pensavamo foste così luminoso!»

«Che occhi!»

«Che mento! Che labbra! Che corpo!»

«Avete uno strano accento, però! Pronunciate la pronuncia delle vostre T è piuttosto insolita, se mi è

concesso.»

Trovò il conte Alphonse e i suoi compari inginocchiati di fronte a un muro, con le fiaccole accese a

far loro luce e compagnia.

«Che diavolo state facendo?», domandò Hope, un tantino turbata.

Alphonse si voltò verso di lei e le puntò il dito contro: «È lei! È stata lei! Ha mandato in rovina le

nostre genti! Castigatela, mio fedele angelo vendicatore! A morte!»

La ragazzina rimase senza parole, ancor più sbigottita di prima.

«Oh, no… Se n’è andato! L’hai fatto fuggire! Che tu sia dannata!» sbraitò Alphonse.

«Di che cosa state parlando? Non c’era nessuno qui, a parte voi e me!», replicò Hope, piuttosto

irritata e stanca della loro idiozia.

Alphonse balzò in piedi nel tentativo di picchiarla. I suoi compari lo trattennero: «Fermo! Non

torcerle un capello! Il giudice ha emesso la sua sentenza; dobbiamo obbedire.»

«La sua sentenza?», domandò Hope.

«Puoi giurarci, piccola impertinente! Avrai la punizione che meriti!»

Hope rimase in silenzio per qualche istante, poi li guardò dritti in volto e ordinò loro di andarsene,

accompagnando la sua voce a un gesto del capo che indicò l’uscita. Gli uomini restarono a

guardarla, tremanti.

«ORA!!», gridò Hope, incutendo in loro un terrore nero. Le bruciò la gola e le venne un gran mal di

testa. Loro obbedirono all’istante, fuggendo via come lepri alla vista del lupo. Uno di loro aveva

dimenticato una balestra. La ragazza vi si avvicinò lentamente, si chinò verso di essa e le strofinò le

dita, delicatamente. Non poté essere che un segno divino. Quell’arma si trovò lì per una ragione e

sapeva già come utilizzarla. La stanchezza e la fame le passarono; non vide l’ora di sconfiggere il

nemico.

Non ebbe la minima idea di dove si potesse trovare l’uomo con l’emblema. Uscì dalle miniere e si

diresse verso le prigioni, dove sperava di poter trovare il nemico.

Una volta arrivata, sentì ancora delle voci.

«Che disastro…», mormorò una voce di donna.

«Mamma?!», esclamò Hope.

Anjelica e André furono rinchiusi in una prigione dalla robusta porta in legno con delle sbarre

all’apice. André, pover’uomo, si trovò ai margini della cella, seduto per terra, ricurvo e abbandonato

a se stesso.

«Piccola mia!», rispose la donna.

Non appena Hope si avvicinò, Anjelica indietreggiò coprendosi il naso: «Cristo, che puzza! Dove

diavolo sei stata?»

Fu la prima volta che Anjelica si rivolse alla sua bambina con una tale rudezza.

«Mi sono dovuta tuffare nella pozza delle lavandaie; era l’unico nascondiglio a mia disposizione,

uno degli uomini mi stava seguendo!»

«Vorrei poterti ordinare di fare un bagno bollente all’istante, ma purtroppo io e tuo padre siamo in

trappola come topi.»

«Come ci siete finiti qua?»

Anjelica rimase qualche istante in silenzio, poi le rispose: «Ci hanno risparmiato la vita perché tuo

padre si è subito messo in ginocchio.»

«Papà??!», domandò Hope, meravigliata. Anjelica continuò: «Tuo padre è stato un soldato

valoroso, ma adesso non può più combattere. La guerra gli ha distrutto l’anima. Se prova a muovere

un dito, rischia delle crisi che potrebbero fargli perdere conoscenza.»

«Allora, ho preso da lui le mie convulsioni!»

«No, bambina mia. Il suo tormento è stato indotto dalla guerra, mentre il tuo è una croce che porti

dalla nascita e che si è presentata soltanto adesso.»

«Perché papà non dice una sola parola?»

Anjelica si voltò verso André per un istante, poi tornò a parlare con la figlia: «Sta pregando. Non

gliel’ho mai visto fare in tutta la sua vita, prima di adesso. Ha perso ogni speranza.»

«Comunque, non ho visto molti soldati. Le strade sono desolate e le fiamme si sono quasi estinte.

Se ne sono andati o no?»

«Molti di loro si sono riuniti nel centro della nostra città, spartendosi il bottino di guerra. Abbiamo

sentito tutto da qui, non hanno la benché minima discrezione.»

«È il momento giusto di darsela a gambe, allora! Ditemi come posso liberarvi!»

«Non c’è modo, figlia mia! Siamo perduti, ormai.»

«Se non altro, siete ancora vivi, grazie al Cielo.»

«Perché, hai forse visto morire qualcuno?», domandò Anjelica, preoccupata.

Hope si guardò intorno e abbassò il capo, mentre la assalì un groppo alla gola. Anjelica capì che

qualcosa non andò e cercò di consolarla: «Non importa, non sono più sicura di volerlo sapere. Sei

stata bravissima, ma adesso devi fuggire! Fatti aiutare dai sopravvissuti e andate via da qui!»

«Io non me ne vado senza di voi.»

«Proprio non vuoi capire! Non c’è niente che tu possa fare qui!»

«Sì che c’è! Devo distruggere l’emblema. Il sogno mi aveva rivelato che all’interno la pozza avrei

avuto delle risposte e le ho trovate proprio mentre mi trovavo lì dentro.»

«Hope, per l’amor del Cielo, sei solo una bambina! Non fare sciocchezze! Scappa!»

«Mamma, ti prego, dovete entrambi fidarvi ancora di me! Finora, le profezie si sono avverate! Non

mi resta che seguire il percorso che Dio sta tracciando in mio favore. Il sogno è la chiave!»

«E va bene, così sia: il sogno è la chiave. Ma assicurati di trovare la serratura giusta.»

Alphonse e gli altri si trovarono già nella torre dell’orologio. Lui, il conte, sapeva benissimo che

l’ormai defunta moglie sarebbe andata lì. Quale atroce visione lo attese nella quiete. Impallidì. La

povera moglie ormai andata via, barbaramente mutilata in quel modo. Si ricordò di quanto la sua

sposa amasse la stupida Hope e iniziò a credere che la macabra uccisione afflitta non sia altro che

un castigo imposto dall’alto.

«Dio, perché mi fai questo?», gemette disperatamente Alphonse.

«Siamo molto addolorati, conte. Le nostre condoglianze.», disse teneramente uno dei suoi compari,

dandogli qualche pacca sulla spalla.

«Andate via, sciocchi! Sparite! Non vedete che ho da fare?! Non riesco a sentire le sue ultime

parole! Zitti, dovete stare in silenzio…»

Qualcosa si spezzò, nella mente del conte. Gli altri rimasero lì, sbigottiti, mentre lui le tenne

teneramente la mano e cominciò a delirare: «Oh… Sì, mia cara. Certo, ne sono sicuro. Andrà tutto

bene, vedrai. Da adesso in poi, metterai la testa a posto. Sì, che lo farai, devi solo crederlo. Io ci

credo, sì… Lei se ne andrà e non ci farà più del male… Andrà tutto bene… Tutto andrà per il verso

giusto, finalmente.»

Tornato in sé per qualche istante, qualcosa implose in lui e si chinò sulla defunta moglie. Il dolore

insopportabile di un tale lutto lo lacerò dentro, sempre più lentamente, ma senza pietà alcuna.

Nel frattempo, Hope uscì dalle prigioni, ancora armata della sua balestra e della sua torcia, alla

ricerca della casa del boscaiolo di città, con l’auspicio di trovare ancora qualcosa che potesse

tornarle utile. Ebbe come l’impressione di essere seguita da qualcosa si malvagio. Sentì lo strofinio

di passi felpati, ma si domandò se non fosse il vento a ingannarla. Si voltò spaventata, ma non vide

nulla: c’era troppo buio. Entrata nella casa, andò subito alla ricerca dello scrigno nel quale il

boscaiolo dovrebbe tenere qualche falce. Entrò nel salone, dove vi fu una meravigliosa credenza

piena di asce non ancora confiscate dal nemico. Guardò d’impulso una vetrata di fronte a lei e vide

il riflesso di enormi forbici avanzare verso di lei, alle sue spalle. Fu proprio lui! Il turpe soldato che

uccise la duchessa, nonché capo dei barbari della Ville del Nord! Hope si abbassò di scatto e il

bastardo rimase incastrato. La ragazza usò la torcia per bruciargli i vestiti, fuggendo via dall’altra

parte del grande salone, con ancora la sua balestra in mano. In men che non si dica, il disgraziato

riuscì a spegnere le fiamme. Approfittando della sua distrazione, Hope punta la sua arma contro il

suo diadema, chiudendo un occhio per prendere bene la mira. Sparò e lo colpì, scalfendolo appena.

«Sì! Dieci punti!», esclamò la ragazzina. L’uomo, imperterrito, ruppe la vetrata e prese un’enorme

ascia di ferro, pronto a fare a pezzi la povera fanciulla.

«Sei mia!», boccheggiò il barbaro.

«No, tu sei mio!», replicò lei, facendolo infuriare ancora di più. La rincorse intorno al tavolo,

tentando di colpirla. Il girotondo della morte. Hope fu troppo stremata per avere paura. Lottò per la

sua stessa vita, ma sembrava stesse giocando con il suo assassino.

«Io sono la tua regina! Obbedisci, maleducato!», esclamò in toni frivoli, parlando come una

sciocchina. Giungerono altri due soldati, attirati dai rumori. Sguainarono le loro spade, ma il loro

capo li fermò: «State fermi! Voglio uccidere io questa piccola imbecille! Lo farò adesso!»

«Ti ordino di servirmi una limonata! Con ghiaccio e zucchero, grazie!», esclamò istericamente la

giovane Hope.

«Ti faccio vedere io chi è che comanda!», borbottò lui, col suo gran vocione. E proprio mentre

stette per darle il colpo di grazia, Hope lo evitò immediatamente, afferrò subito un lungo martello

abbandonato e, una volta brandito, colpì con forza l’emblema che l’omaccione portò sul petto,

distruggendolo. Tutti basiti. Sorse il sole all’orizzonte. Hope cadde a quattro zampe, guardandolo

sadicamente.

«Hai fatto invadere la mia città, catturato i miei genitori e ucciso una mia cara amica. Eri il re della

tua armata. E adesso non sei più niente.»

Hope divenne subito la regina dei villani del Nord. I due soldati si misero in ginocchio, mentre

l’uomo dall’emblema distrutto esplose di rabbia. Hope si risollevò a fatica e si sostenne a malapena

sui mobili della casa abbandonata, mentre la febbre le salì e la vista continuò ad appannarsi. Sentì

come se la stanza si stesse inclinando; colpa delle vertigini.

«Sconfitto da una stupida bambina, che umiliazione! Phosphoros, perché hai voluto questo?! Cosa ti

ho fatto di male?!», imprecò lui, rovesciando il primo mobile che gli capitò a tiro.

Tutta l’armata del Nord decise di riunirsi per decidere come eleggere la loro nuova regina, nella casa

in cui avvenne la lotta, ma Hope si oppose.

«Rinuncerò alla corona.»

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