La disavventura di Hope (Parte I)

Racconto di Daniele Ciardullo

Sinossi: In un mondo fantastico, esoterico e post-apocalittico posto a metà strada tra il Medioevo, l’Ottocento e l’età vittoriana, la giovane contadina Hope cede al bovarismo più sfrenato, fino a quando un evento traumatico non cambierà la sua vita per sempre.

Quando Hope non era ancora stata esiliata dal suo popolo, viveva con i genitori in una modesta casetta dai colori molto opachi, che sfumavano dal blu scuro delle solide mura in pietra al marrone della pavimentazione. Allevavano mucche e cavalli, avendo una fattoria.

Il loro duro lavoro nei campi permetteva la crescita dell’erba più rigogliosa e il fieno più nutriente per le vacche dalle quali ottenevano del buon latte che vendevano ai grandi signori.

I loro cavalli andavano spesso in affitto per le corse sulle quali la ricca e la media borghesia erano solite scommettere.

Una famigliola molto semplice, dignitosa, raccolta e quieta.

Anjelica Greene, la madre, era una gran massaia: eccelleva nelle arti culinarie e la sua minuziosa pulizia rendeva la loro dimora un luogo accogliente, nonostante l’atmosfera spenta e inospitale che la pervadeva. Era stata serva e levatrice di alcune nobildonne molto colte, grazie alle quali imparò molte parole eleganti che ripeteva anche al marito, istruendolo a sua volta. Amava fare tesoro delle proprie esperienze.

La donna aveva insegnato alla figlia, Hope, che il lavoro è anche un atto d’amore: Dividersi i compiti per il bene della propria dimora, armandosi di buona umiltà, rende la famiglia più unita.

Il padre, André Lacroix, si occupava dei lavori più pesanti, ma non era mai da solo: figlia e consorte cercavano sempre di dargli una mano.

Tra di loro, molto spesso, regnava un religioso silenzio decorato dal mite sorriso che moglie e marito si scambiavano la sera, felici della fatica appena conclusa.

Hope, invece, amava molto parlare con loro; lo faceva spesso. Amava indossare quel sobrio abito azzurro con un candido grembiule. Non teneva mai i capelli sciolti, solo una graziosa coda di

cavallo, raccolta da un fiocco blu.

Nel suo tempo libero, con il benestare dei genitori, la ragazzina studiava e leggeva nella sua camera da letto. Colma di entusiasmo, raccontava ai genitori tutto ciò che aveva imparato.

Tuttavia, Anjelica e André erano un po’ in pensiero per la loro figliola.

Hope restava, talvolta, in silenzio, a osservare le luci del tramonto, assorta. Non era mai stata una fanciulla come tutte le altre. Era insolita, agli occhi di chiunque.

«Che cosa stai facendo, figlia mia?» domandava André.

«Osservo il calar del sole e ascolto il dolce fruscio del vento», rispondeva lei con un sorriso appena accennato.

«E perché mai, mio tesoro?»

«La Terra mi parla e io la ascolto.»

André rimase basito da una tale affermazione e le rispose: «Non riesco a sentire nulla, bambina mia.»

«Non ci sono le parole; ci sono la bellezza del suono e la grandezza della luce che si posa all’orizzonte.»

André era rimasto in silenzio. Poi, le aveva chiesto: «Figlia mia, sei sicura di stare bene?»

«Sono felice, papà. Resta vicino a me, ascoltiamo insieme il suono della Natura. È così che Dio ci parla. A breve, le cicale canteranno.»

L’uomo le aveva dato un abbraccio pieno di amore e le disse: «Sei proprio strana, figlia mia.»

«È strano tutto ciò che non si capisce.» aveva risposto lei, guardandolo poi negli occhi e sorridendo.

Anjelica, ridente, li aveva raggiunti per avvertirli che la cena era pronta: «Ma che state facendo, lì, in piedi? Sembrate due spaventapasseri! Su, andiamo!»

Seduti a tavola, regnava ancora il silenzio, ma sia Anjelica che Hope erano di buon umore. Lo stesso non si sarebbe potuto dire di André, rimasto sovrappensiero a guardare la zuppa.

Sarà sfinito, pensò Anjelica.

Mentre Hope inzuppava il suo tozzo di pane duro nel piatto, la madre le domandò: «Allora, figlia mia: cosa mi racconti, quest’oggi? Sei rimasta tante ore in camera tua. Hai letto qualcosa di

interessante e vuoi parlarmene?»

La ragazza rispondeva con un certo fervore: «A dire il vero, no, mamma! Questa volta, ho deciso di scrivere una storia!»

«Una storia?!» aveva domandato la donna, sgranando gli occhi e fingendo meraviglia per allietare la figlia.

«Sì, proprio così!»

«Oh, che bello! Su, racconta!»

«È complicato da spiegare! Ascoltami con attenzione, mamma!»

«Vai!» aveva risposto la donna, stringendo i pugni con entusiasmo e dimenandosi lentamente come se stesse affrontando un toro.

«Sto scrivendo la storia di un ragazzo. Siamo molto simili; al tempo stesso, distanti! Viviamo in due ere differenti, quindi, la sua realtà è diversa dalla mia. Mentre io racconto la sua storia, lui sta scrivendo la mia. Ci veniamo incontro l’un l’altra, proprio come facciamo noi, quando sbrighiamo le nostre faccende quotidiane. Io racconto la sua storia e lui, nei miei scritti, racconta la mia, incentrandosi per lo più sugli amici che incontrerò in futuro. Non trovi sia meraviglioso?»

Anjelica aveva smesso di guardarla in viso. Il suo sguardo si era smarrito nel vuoto. Cercava il sostegno del suo sposo, ma lui la guardava afflitto, quasi rassegnato.

Improvvisamente, l’assordante rumore di un piatto appena frantumatosi sul pavimento li aveva fatti sobbalzare. Anjelica si era alzata di scatto e imprecava spazientita: «Dannati ratti! Cosa abbiamo fatto loro di male, mi domando!»

«Chissà, forse il ragazzo che sta scrivendo la mia storia ha voluto così!», esclamava Hope.

André era rimasto in silenzio. Anjelica si era adagiata al muro, dando loro le spalle e tenendosi la fronte.

«Stai bene, Anjelica?» aveva domandato André, preoccupato per la sua sposa.

«Suvvia, mamma! Non ti preoccupare! Non ci impoveriremo mica per un piatto rotto! Va tutto bene!»

«Torno subito. Non muovetevi.», aveva risposto la donna, allontanandosi.

André rimase in silenzio per un po’; poi, disse dolcemente alla figlia di consumare il suo pasto.

Un quarto d’ora più tardi, Hope si domandò cosa fosse accaduto a sua madre. André le rispose di non preoccuparsi e che, sicuramente, era addormentata su una seggiola. Le ordinò amabilmente di andare a dormire e, una volta che il suo ordine venne eseguito, egli cercò Anjelica.

La trovò proprio seduta su una sedia in legno, ripiegata su se stessa.

«Sapevo che eri qui, moglie mia!» esclamò lui, sedendosi sui talloni per poterla guardare negli occhi.

Anjelica si girò lentamente verso di lui e cominciò a parlargli: «Dove abbiamo sbagliato, André?»

L’uomo abbassò lo sguardo per qualche istante, riflettendo. Poi, tornò a guardarla negli occhi, cercando di rassicurarla: «È soltanto questione di tempo, vedrai. Passerà.»

«Nostra figlia ha un problema. E lo dobbiamo risolvere, prima che sia troppo tardi.»

«È ancora una ragazzina…»

«Sta perdendo ogni contatto con la realtà. Mi ero già accorta che ci fosse qualcosa che non andava, ma questa sera ho capito che la situazione è molto più grave di quello che immaginavamo» sospira pesantemente e lancia gli occhi al soffitto, scuotendo lentamente il capo «È tutta colpa nostra…Dobbiamo rimediare.»

«Non abbiamo sbagliato nulla. Le abbiamo insegnato il valore della fatica e non conosce la pigrizia. Le abbiamo dato la possibilità di imparare a leggere e a scrivere, procurandole un insegnante privato, perché non fosse ignorante come noi. Non che quel maestro fosse il più prestigioso, ma è stato meglio di niente. Non siamo ricchi, ma sa di avere noi.»

«È proprio questo il punto. Non parliamo molto tra di noi. E non le abbiamo permesso di socializzare. Le abbiamo solo dato dei libri. Tanta scienza per cosa? Per ottenere questo?»

«Non lo so… Non capisco più niente», sospirò André, abbassando il capo e mettendo una mano in fronte.

«La porteremo alla cerimonia che si terrà tra due giorni. Dobbiamo. Facciamo sì che trovi qualche amico, qualcuno che la faccia sentire meno sola.»

«Ma quale amico?…», sospirò lentamente André con aria di sufficienza, guardando altrove. Non contava molto sull’intelligenza della sua gente.

«Ha parlato di “amici” a tavola, non hai sentito? Sono loro a essere i protagonisti di questo suo racconto, non lei di certo. Le abbiamo insegnato fin troppo bene a stare in disparte. Se non facciamo qualcosa immediatamente, la perderemo.»

«Le parlerò.»

«E subito. Falle comprendere che le cose che ha detto sono tutte delle sciocchezze.»

«D’accordo, vado subito.» disse con decisione André, sollevandosi e dirigendosi a capo chino verso la figlia.

Anjelica andò nella sua stanza a passo lento, cercando di riprendere le forze.

André raggiunse la camera della figlia, trovandola in camicia da notte a pettinarsi dolcemente i capelli, di fronte al suo specchio.

«Hope, posso parlarti un istante?»

«Sì, certo, papà!» rispose la fanciulla, volgendogli lo sguardo. André chiuse la porta e, sedendosi su una sedia, le domandò: «Figlia mia … Perché ti pettini prima di andare a dormire?»

«Mi aiuta a prendere sonno.»

«Capisco.» sospirò abbassando il capo, per poi risollevarlo: «Hope … Dobbiamo un po’ parlare di quel … “racconto” di oggi.»

«Ti piace? Ci ho impiegato un bel po’, prima di avere quest’idea!»

«Hope, mia cara … Penso sia arrivato il momento di smettere di pensare troppo.»

Hope adagiò il pettine sul mobiluccio e lo fissò curiosa, cercando di capire cosa volesse dirle. Il padre continuò: «Io e tua madre siamo orgogliosi di te, del tuo sapere e della tua vivacità nel

metterlo in pratica, ma temo ti sia spinta un po’ troppo oltre. Non si vive di sole idee e fantasia, figlia mia, lo sai bene. È tempo che torni a frequentare la gente, come facevi fino a poco tempo fa.»

Hope abbassò lo sguardo, in preda alla malinconia.

Il padre aggiunse: «Questo ragazzo di cui tu parli, quello del racconto… Non è reale, lo sai. Non siamo noi a essere i personaggi di una storia, lo è lui, perché lo hai voluto tu. Non cancellare la tua esistenza incaricando qualcun altro di decidere il tuo destino. Se hai fede nel Signore, lascia allora che sia lui a mostrarti la via giusta.»

«Beh… Magari, Dio sta guidando la sua mano affinché le cose vadano come devono andare.»

«Mia cara…»

«So cosa vuoi dire, papà… Volevo soltanto scrivere qualcosa di originale.»

«Voglio solo dirti una cosa importante, Hope…» concluse André, alzandosi dalla sedia «Se continuerai a vivere in questo modo, un giorno non ti resterà più niente e tutto ciò per cui hai sempre vissuto svanirà nell’aria, perché è da lì che viene. Tra qualche giorno, andremo alla festa di compleanno della duchessa Silverstone, così potrai tornare a cercare nuovi amici. Sii amichevole, ma diffidente; gentile con il prossimo, ma disponibile con riserva. Bada agli affari tuoi e dispensa consigli solo se qualcuno te li ha chiesti. Se non farai come ti dico, ti sentirai così sola che ti sembrerà di non esistere più.»

André rimase a guardarla per qualche altro istante, per poi augurarle una buona notte e andarsene.

Hope rimase in silenzio, meditando su ciò che le ha raccomandato l’affettuoso padre.

Pochi giorni più tardi, Hope e i suoi genitori andarono alla festa di compleanno della duchessa.

Scelsero i migliori abiti, per l’occasione; tutti capi che erano stati loro offerti da alcuni rispettabili membri della nobiltà per i quali avevano lavorato.

Furono subito ben accolti.

Come accadeva per la Ville dell’Ovest, anche qui non c’era apparente discriminazione tra le varie classi sociali. Si poteva essere ben visti anche se si era di modeste origini.

Anjelica sventolava dolcemente il suo ventaglio verde, il suo sorriso era mite e gentile. Era molto brava a mascherare i suoi malesseri. Anche il suo sposo lo era.

I tre si diressero verso il grande salone pieno di invitati venendo accolti dal marito della festeggiata: «La famiglia Lacroix, quale onore! Oh, ma chi è questa bella fanciulla? Non sarà mica la piccola Hope?»

La ragazzina nascose timidamente il volto dietro il suo ventaglio rosso, imbarazzata.

Anjelica rispose sorridendo: «Eh, sì, il tempo scorre inesorabile. La nostra adorata figlia è già una signorina. È felice di essere qui con voi, anche se non si direbbe! Pensate, ha tanto insistito! Era impaziente di partecipare a questo ballo e noi siamo stati lieti di accontentarla. E quale occasione migliore per conoscere nuove persone perbene? Non è vero, Hope? Su, ci sono delle damigelle molto graziose, da quelle parti!»

«Ma… Io…» rispose la ragazzina, balbettante e tremante.

«Vai subito da loro, mia cara. Non farle aspettare.» rispose Anjelica, allargando il suo sorriso e inclinando la testa. Hope sapeva benissimo che sua madre stava già perdendo la pazienza e che

forse non era il caso di farla arrabbiare. Obbedì all’istante, seppur titubante.

Mentre i suoi genitori conversavano con il nobile signore, Hope si avvicinò a quel gruppo di ragazze che, vedendola avvicinarsi, cominciarono a sghignazzare e ad allontanarsi.

Senza darsi per vinta, Hope si avvicinò a un bel giovane e cominciò a rivolgergli la parola: «Salve, mi chiamo Hope Lacroix. Tra poco cominceranno le danze e volevo chiedervi di concedermi l’onore di un ballo.»

Il ragazzo la guardò svogliatamente e si allontanò senza nemmeno rivolgerle la parola.

«Forse, non gli piace ballare…» sussurrò Hope, toccandosi il mento. Scorse in lontananza un cane barboncino che vagava solo soletto per la sala. Gli si avvicinò e lo prese in braccio con dolcezza: «Anche tu da solo, eh?»

Una voce esclamò in lontananza: «Oh, mia cara Hope! Grazie al cielo, avete trovato il mio Lotus!

Avevo perso ogni speranza.»

Era la duchessa Silverstone.

«È suo? È adorabile!» rispose Hope.

«Badate bene, mia fanciulla, non ama fare molte amicizie. Se siete riuscita ad andare d’accordo con lui, significa che avete un’anima buona.»

Nel frattempo, i coniugi Lacroix e lo sposo della festeggiata continuano a conversare amichevolmente.

«Parlate molto bene, signora Anjelica. E anche voi, monsieur André.»

«Abbiamo servito i grandi signori della filosofia e della letteratura. Stando a contatto con loro, ne abbiamo ereditato qualche piccola brillantezza intellettuale.», rispose Anjelica.

«Già, e se non sbaglio, voi, Anjelica, siete anche un’ostrica!»

«Ostetrica!», lo corresse lei, sgranando gli occhi con un certo nervosismo, senza però alterare il suo radioso sorriso.

«Beh, sì, intendevo quello. È un mestiere molto raro, visto l’enorme calo di nascite. Si può dire che siate proprio indispensabile.»

«Eh, sì …» Quella povera donna era così intollerante a conversazioni futili come quella che avrebbe voluto fuggire via a gambe levate, trascinando il suo consorte e la figlia per il braccio. Ma era necessario restare, in quel momento.

Tuttavia, la conversazione tra Hope e la duchessa sembrava volgersi al meglio.

«Sa, duchessa, mi domandavo se potesse aiutarmi a conoscere qualcuno. Non credo che Lotus gradirà la mia compagnia a lungo.»

«Oh, mia cara, non siate sciocca. Siete graziosa e adorabile e il mio amato barboncino l’ha capito subito. Sapete, lui ha un certo fiuto per l’intelligenza altrui.»

«Meno male che lui se n’è accorto, mia signora. Sa, temo che la mia gente mi ritenga stupida o, peggio ancora, pazza.»

«Smettetela di dire certe fandonie! Se la mia gente pensasse una tale idiozia, che si trattenga dal dirla! Dovrà prima passare sul mio cadavere!»

«Non ditelo neanche per scherzo, altrimenti …»

Neanche finì di dire la frase che, improvvisamente, Hope vide il volto della duchessa cambiare espressione, mostrando un’espressività implacabilmente vuota. Fissa. Del sangue colò dalla sua

bocca e la testa, staccatasi, cadde rovinosamente sul pavimento, insieme al resto del corpo. Tutti gli invitati non c’erano più. Al loro posto, dei fantocci di legno con delle armature. Le fila che

avrebbero dovuto muoverli si tramutarono in serpi che si insidiarono nelle loro bocche.

«Karak Jikaf! Karak Jikaf llajuth!», esclamarono in coro, procedendo verso di lei a passo lento. Il

capo di tutti loro portava sul suo petto un emblema in ceramica. Raffigurava una corona che

sorreggeva un bagliore di luce.

Hope era in preda al terrore. Vide da una delle finestre l’avvicinarsi di un uragano. Nel medesimo

istante, sentì la terra tremare sotto i piedi.

Il cagnolino Lotus le scappò dalle braccia, esclamando: «Fuggi, sciocca!»

Hope, ancora sotto choc per le orribili stranezze alle quali aveva dovuto assistere, non esitò a

obbedire, cercando disperatamente i suoi genitori, dei quali non vi era più alcuna traccia.

Non fece in tempo a scappare dalla casa, che l’uragano travolse l’intera tenuta dove la ragazza si

trovava, elevandola in cielo per condurla verso la vastità dell’universo. La casa non c’era più e la

ragazza fluttava nel vuoto. La sua gonna blu si gonfiò fino ad assumere la forma di un ombrello.

Hope si sentì trascinare con forza crescente. Rivide improvvisamente Lotus che roteava in punta di

piede, un soave passo di danza classica, l’attitude devant. Esclamò: «Ricorda, ragazza mia: Quando

la Terra trema, tu balla con lei!»

Trovatasi scaraventata sulle sabbie di una spiaggia, il vento tornò a essere inclemente. Si aggrappò a

uno scoglio, per timore di lasciarsi rapire un’altra volta dalla furia del ciclone. Riapparve Lotus e gli

afferrò la zampina per salvarlo. Lui le abbaiò qualcosa, ma lei pensava le stesse ancora parlando, a

causa del chiasso causato dall’uragano.

«Non ti capisco, parla più forte!», esclamò lei.

Lotus continuò ad abbaiare, ma Hope non capiva. Il cagnolino le sfuggì di mano e l’uragano cessò,

ma la folata continuò a essere impetuosa. La ragazzina rotolò tra la sabbia, rialzandosi emettendo

dei grandi colpi di tosse.

Vide emergere dall’acqua una figura luminosa di donna, con le ali cristalline che, a contatto con i

raggi del sole, riverberarono un limpido arcobaleno.

Il buio totale sopraggiunse senza avviso.

Tornata la luce, Hope si vide improvvisamente trascinata tra le nuvole dorate, che sfumarono via via

nel rosso sangue.

Una voce furente di giovane donna le urlò contro: «Non potrai tutto presagire, poiché non ne sei

degna. Non puoi ostacolare i piani di un Bene superiore. Non sei che un pesce piccolo!»

Quella voce senza corpo arrochita dalla collera non era che la sua. La sua stessa coscienza sadica

inveiva feroce contro di lei.

Vide una pozza d’acqua quadrata, sotto di lei.

«È lì la risposta che cerchi.», continuò quella voce, mantenendo una lieve collera.

Hope precipitò dentro la pozza. E si ridestò.

Aveva un gran mal di testa e la lingua le faceva male. Era sul suo letto, con Anjelica che le teneva la

mano e André che le accarezzava i capelli impregnati di sudore.

«Bentornata, piccola mia.», disse Anjelica in lacrime, baciandole la fronte.

«Che strano sogno …», rispose Hope, rialzandosi di busto.

«Come ti senti?» domandò André.

«Non molto bene. Mi gira la testa; è pesante. Cosa è successo?»

Anjelica rimase in silenzio. Hope insistette: «Mamma, devo saperlo.»

«No, piccola mia, non è necessario.»

«Mamma! È giusto che lo sappia. Devi dirmi la verità.»

Anjelica guardò il suo sposo per qualche istante, poi decise di risponderle: «Stavi parlando con la

duchessa Silverstone, quando sei improvvisamente svenuta. Hai avuto delle … “convulsioni”, così

le ha chiamate il medico.»

«“Convulsioni”?»

«Avevi gli occhi rivolti all’indietro e ti dimenavi come se fossi vittima di una possessione. Il dottore

l’ha anche chiamata “crisi epilettica”. Ha dovuto afferrarti le mascelle ed estrarre la tua lingua con

delle pinze, per evitare che te la mordessi.» Anjelica rimase in silenzio qualche istante, poi

continuò: «La duchessa ci ha detto che le ultime tue parole sono state: Non ditelo neanche per

scherzo. Poi, hai perso i sensi.»

«Ho parlato nel sonno?», domandò Hope.

Anjelica scosse la testa: «Non hai detto una sola parola.»

«Che significa Karak Jikaf Karak Jikaf llajuth?»

«Non ne ho idea!» esclamò Anjelica. André sgranò gli occhi e domandò: «Dove l’hai sentita?»

«Era nel sogno che ho fatto quando sono svenuta. È diventato il mio Ohrwurm!»

«Che?», domandò Anjelica.

«È qualcosa che ti entra in testa e non se ne va tanto facilmente. Come il motivetto di una

canzoncina molto sciocca.»

«Quello è il grido di battaglia dei soldati della Ville del Nord. Sono molto pericolosi.», rispose

André, fissando il vuoto, per poi allontanarsi.

«Ma che ha?» domandò Hope.

«Non è nulla, non preoccuparti. È soltanto molto scosso. Stenditi.» disse Anjelica, adagiandola.

«Mi dispiace aver rovinato la festa della duchessa. Non era mia intenzione.»

«Lo so, piccola mia. Ha pagato lei le tue cure mediche. Devi esserle molto cara.»

«Suo marito era furioso, immagino.»

«Sì. Sembrava impazzito. Mentre lui protestava, il medico chiedeva di controllare le nostre

provviste. È stato a casa nostra, voleva assicurarsi che non ti avessimo avvelenata. Non ha trovato

nulla di pericoloso, perché non ce n’era. Lo abbiamo avvisato della presenza indesiderata dei ratti in

casa, ma non sono stati trovati i segni dei morsi e inoltre i sintomi di avvelenamento sono ben

diversi da quelli che hai avuto. Ci ha prescritto delle medicine molto forti, aggiungendo che questa

malattia non ha ancora una cura definitiva, ma in molti la stanno cercando. Se quel che è accaduto

oggi dovesse verificarsi ancora, prenderai le pillole.»

Hope annuì in silenzio, mentre Anjelica si alzò baciandole la fronte. Andò dal suo sposo; era

affranto. Poggiò le sue mani sulla sedia e strinse i pugni.

Anjelica gli domandò cosa gli stesse succedendo.

«Conosco benissimo quel grido di battaglia. Ho combattuto contro di loro, in passato. Sono peggio

delle bestie. Come fa nostra figlia a conoscere quelle parole? Non lo so… Non so più cosa

pensare.»

Hope sbucò dalle spalle della madre: «È un sogno premonitore. Me lo sento. Dobbiamo dirlo alla

nostra gente.»

Anjelica e André si voltarono turbati verso di lei.

«Dobbiamo farlo.» continuò la ragazza.

«Mia cara Hope, io …» rispose Anjelica con un amaro sorriso accennato e inclinando la testa,

tentando invano di convincerla a rinunciare alla sua piccola impresa eroica.

«Delle persone moriranno. Se Dio mi ha dato questo dono, c’è di sicuro una buona ragione. E io

devo seguire la sua volontà.»

Anjelica si voltò verso André, cercando un sostegno; ma lui non pronunciò una sola parola.

Decisero loro malgrado di acconsentire alla richiesta della loro figliola.

Hope salì su una pedana in legno, attirando l’attenzione della sua gente: «Popolo, vi chiedo di

ascoltarmi! Vi prego, è importante! Non ve ne pentirete!»

La gente si avvicinò lentamente alla pedana, spinti da una malsana curiosità. Vedevano in Hope una

specie di fenomeno da baraccone. A loro non interessava quello che aveva da dire, ma come lo

avrebbe detto. Pronti a ridere di lei, si avvicinarono tutti.

«Presto, giungeranno qui i feroci guerrieri della Ville del Nord. Faranno una strage di innocenti.»

Si sentirono già delle voci scettiche in sottofondo: «Ma che cosa sta dicendo?!» «È matta?»

«Ci prende in giro!»

Hope insistette: «Dobbiamo prepararci alla battaglia e nascondere le nostre provviste, altrimenti,

sarà la fine! Dovete darmi ascolto.»

«E perché mai?» domandò uno di loro «Chi credi di essere? Una profetessa?»

«Karak Jikaf! Karak Jikaf llajuth!», esclamò Hope.

«E che cosa sarebbe, di grazia?» domandò una donna, tra la folla.

«È il loro grido di battaglia. Quando lo sentiremo, saranno già pronti. E dovremo esserlo anche

noi.»

«L’avete sentita? Prepariamo armi e bagagli!», la insultò lo stesso giovane nobiluomo che le negò il

ballo alla festa.

«Vi prego, è una cosa seria! Non vi ho mai chiesto nulla! Se non volete farlo per me, fatelo per voi

stessi!»

«Se fai qualche balletto, forse, ti crediamo!» esclamò un’altra voce di uomo, facendo ridere tutti gli

altri. I genitori di Hope furono alle sue spalle e assisterono inermi all’ennesima umiliazione della

propria figlia. André stava per scendere dalla pedana per dare una lezione a colui che l’aveva

insultata, ma Anjelica riuscì a fermarlo con la sua consueta delicatezza.

Hope si voltò verso i propri genitori e chiese loro: «Voi, almeno, mi credete, non è così?»

Esitarono qualche istante, prima di rispondere, ma mentirono entrambi con un silenzioso, repentino

cenno della testa.

Tornata a osservare la folla, che cominciò a disperdersi, scorse la duchessa Silverstone in

compagnia del marito. Corse immediatamente a raggiungerla e la afferrò per il braccio: «La prego,

almeno voi ascoltatemi!»

Il suo coniuge, infastidito dal gesto della ragazza, la allontanò con una spinta e la insultò: «Come

osi mettere le mani addosso a mia moglie, vile creatura? Vattene! E non farti più vedere!»

«Vi prego, duchessa, siete in grave pericolo! Vi decapiteranno, se non si farà qualcosa per

combatterli! Provate a convincere voi la nostra gente, vi supplico!»

La duchessa era sconvolta e, proprio mentre stava per dirle qualcosa, il marito si ostinò a insultare

la povera fanciulla: «Sta’ a sentire, razza di impertinente che non sei altro: o sparisci

immediatamente dalla nostra vista e torni da quei pezzenti dei tuoi genitori, o ti farò arrestare. Mi

sono spiegato?!» finito di umiliarla, non contento, le sputò addosso, trascinando la moglie per il

braccio.

«Non ti permetto di trattarla in questo modo, Alphonse! Razza di screanzato!», lo rimproverò

stizzita la duchessa, mentre si allontanavano.

All’avvicinarsi del tramonto, le cose andarono di male in peggio. André e Anjelica discuterono in

cucina. André ebbe un diavolo per capello, mentre la sua sposa tentò invano di non lasciar trasparire

un enorme senso di sconforto. Sedette sulla sedia a schiena ricurva e a capo chino, con le mani

tra le ginocchia e lo guardò alzando gli occhi.

«Maledetti! Vogliono mandarla al manicomio! Sapevo che non sarebbe stata una buona idea. E lo

sapevi anche tu!», tuonò lui, puntandole infine il suo indice.

«Lo sapevo, sì. Sapevo tutto; anche meglio di te.», replicò lei.

«Però, è stata tua l’idea di portarla a quella dannata festa!»

«Non potevo immaginare …»

«Te l’avevo detto o no?! Ti avevo già avvertito che nostra figlia è troppo intelligente per avere a che

fare con certa gente mediocre!»

«Non potevo immaginare. Non pensavo che fosse così grave, volevo solo evitare che si sentisse

sola.»

«Ma nostra figlia è sola! Lo è sempre stata, lo è adesso e sempre lo sarà! Se non ci fossimo noi a

restarle vicino …»

«La duchessa Silverstone …»

«Che vada a quel paese anche lei!»

Hope, dalla sua camera, poté sentire tutto quello che urlava suo padre. Origliò e pianse. Fu la prima

volta che i suoi genitori ebbero una discussione di tale portata. Il senso di colpa le lacerò lentamente

il cuore.

«La duchessa Silverstone si è comportata come una vera amica e ci ha degnati del suo rispetto.»,

replicò Anjelica.

«Hai ragione, moglie mia! Sì! La duchessa è veramente una grande amica! Noi sì che possiamo

contare su di lei! Oh, hai sentito bussare per caso?!» André aprì bruscamente la porta di casa, dietro

la quale, ovviamente, non c’era nessuno «Duchessa Silverstone, quale onore! Gradiamo tantissimo

le vostre premurose visite, proprio ora che nostra figlia ha più bisogno di voi! Ma prego,

accomodatevi pure! Mia moglie Anjelica serve del buon tè, peccato che non siate qui a sorseggiarlo

insieme a noi!»

All’atroce suono delle sue ultime note di biasimo, André sbatté con violenza la porta.

«Vuoi fare compagnia a nostra figlia al sanatorio?», domandò Anjelica, con amara ironia.

«La seguirei fino in capo al mondo. E lo faresti anche tu!»

Anjelica abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a guardare il suo consorte. Gli rispose: «Non

sono tutti malvagi, a questo mondo.»

«Fatico a crederlo.», rispose André, sedendosi stanco vicino alla sua sposa. Anjelica afferrò

dolcemente la sua mano e lo consolò come meglio poté: «Dobbiamo crederlo. Non possiamo essere

i soli.»

«E tu che ne sai?»

«Anche se in questi momenti difficili non ci è vicina, la duchessa si è presa carico delle spese

mediche di nostra figlia, non dimenticarlo. Alcuni dei padroni per i quali abbiamo lavorato ci hanno

offerto dei doni. Non essere ingrato con la vita, che di gioie ce ne riserva ben

poche.»

«Troppo poche.»

«Noi, adesso, faremo così: tu scriverai una lettera a tuo padre e gli dirai di aiutarci a fuggire di qui.

Ne scriverai un’altra a tuo fratello, chiedendogli di mandare una nave per trasportare il bestiame.

Andremo a vivere dai tuoi genitori per un po’, per poi costruirci una casa tutta nostra e ricominciare

da capo. Non abbiamo altra scelta. Cerchiamo di non lasciar trapelare niente e proteggiamo nostra

figlia. Ce la faremo, vedrai.»

«Come sempre …», rispose André, mettendo a tacere la sua rabbia senza però trascurare la sua tristezza.

La povera Hope fu così avvilita da nascondersi sotto le coperte. Interamente. Sperò con tutta se stessa che non fosse altro che un lungo, terribile incubo. Anche se le sue paure non smisero di tormentarla, chiuse gli occhi e, in pochi istanti, riuscì ad assopirsi. La sua stanchezza vinse sul dolore.

Dopo diverse ore scorse inesorabili, Hope poté sentire gli assordanti rumori di svariati oggetti che si frantumavano per terra.

Questo litigio non finirà mai, pensò. Mise le mani alle orecchie, per sentire tutto quel chiasso.

Quando tutto sembrò finito da qualche minuto, un grido fuori casa fece sobbalzare la ragazzina:

Karak Jikaf! Karak Jikaf llajuth!

Hope aprì immediatamente gli occhi e si tolse di dosso la coperta. Tutta la sua casa era sottosopra, mentre si poté udire un terribile mormorio di uomini, fuori dalla finestra.

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