La certezza dell’attesa a Varanasi

Di Paolo Zambon

D’un tratto uno pensa che si possa scrivere di Varanasi in quattromila caratteri. Ci ragioni un attimo e una sferzata di umiltà consiglia di lasciar perdere. Come si può scrivere di una città sacra dove la gente di religione induista e giainista sogna di esalare l’ultimo respiro? Difficile vedere la morte con il mantello dell’occidentale addosso. Quel mantello va tolto e bisogna scavare nella memoria con il supporto delle note scritte in un ormai lontano aprile del 2013. La città con il suo ricchissimo strato di storia appare come un universo eccitato e vitale. Un caotico intrico di templi, vicoli, odori, rumori che stordisce. L’agglomerato urbano principale, si adagia sulla sponda ovest del leggendario fiume Gange. Nelle viuzze che conducono al grande fiume si soffoca, ma si ha la percezione di essere vicini a un traguardo e, quando lo sguardo si imbatte sulle acque striate dalle ombre di nuvole piatte, si prova la sensazione di essere in un luogo separato dal mondo. Il traguardo è stato raggiunto. Sulle acque sozze che scendono dalle vette himalaiane, si affacciano numerosi ghat, rampe di scale in pietra che conducono al sacro Gange. La maggior parte dei ghat fungono da luogo per le abluzioni, cerimonie rituali di antichissima data che qui a Varanasi assumono un valore più profondo. Ma sono i ghat dove si trovano le pire funebri a segnare un solco tra l’uomo occidentale e il fedele induista. Talmente teatrali e fantastici da apparire in un primo momento irreali. Con le cataste di legna, le barche di legno che sballonzano sul fiume, le colonne di fumo che si alzano in cielo, i parenti dei defunti in uno stato quasi di beatitudine e i movimenti isterici di chi lavora alle pire: si ha un’immagine che non sa di morte. A Varanasi il tempo sembra aver fuso il passaggio di viandanti diretti verso la morte con l’ambiente urbano circostante ed ecco che l’aggettivo ormai sciupato ‘magico’, ritrova la sua integrità in questa città. Una prolungata permanenza in un luogo, permette di imbattersi più volte in alcune persone che, talvolta, aiutano a decifrare il luogo stesso. Rohit, un uomo di quasi settant’anni assunse il ruolo di decrittatore. Di bell’aspetto, con il viso un po’ vizzo che gli dona un tocco di saggezza. “Da quando mia moglie se ne è andata mi sono trasferito da Delhi a qui, sono pensionato e ho raggiunto un certo benessere economico, me lo posso permettere”. E indica il ghat Manikarnika, il luogo principale per le cremazioni. “Ha raggiunto la salvezza, è morta qui, è stata cremata e le sue ceneri sono state gettate nel Gange”, dice con letizia dovuta alla consapevolezza che sua moglie ha rotto il ciclo delle rinascite tipiche del credo indù. Rohit indossa la sua signorilità come una difficile e nobile professione che da sempre deve aver riempito la sua vita; una signorilità innata che non si può imitare ma solo ammirare. Mi guida tra i vicoli e gli edifici che trasudano vita prendendomi per mano e termina sempre al Gange. Le sue giornate a Varanasi, privo della moglie, sembrano contenere una sequenza più lunga di fasi rispetto a quelle della sua vita a Delhi. Le ore di veglia si sono dilatate, i sensi si sono acutizzati e il suo spirito accumula dettagli come mai era accaduto in vita sua. È – a suo dire – il preambolo dell’eternità. La lettura di testi sacri induisti, come il poema epico dedicato alla vita della divinità Rama, accompagnano intellettualmente Rohit verso quella che lui chiamava “la lunga tregua”: la sua morte. “Sono qui, per quanto, non lo so, ma in questa città troverò la salvezza, niente più tormenti”. Varanasi gli garantisce la certezza dell’attesa, il suo trionfo nel porre termine al senso del provvisorio che percepisce dal ciclo delle rinascite. La serenità lo avvolge come una veste elegante e lussuosa e ad ascoltarlo non si può evitare di provare una sorta di gelosia.
Nel 2016, se ne è andato, il figlio lo ha comunicato a tutti i suoi contatti e-mail. Nessun dolore ma solo la pace ereditata dalle sue parole.

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