La BBC sotto attacco: un’analisi

Di Dom Serafini
La BBC, la radio-Tv pubblica britannica, ha due componenti: una gestione aziendale burocratica e inadeguata, e uno staff di giornalisti rispettati e obiettivi. Ora il reparto news è sotto attacco ed il management aziendale si schiera con gli aggressori, come delineato in un rapporto di 127 pagine dell’ex giudice della Corte Suprema inglese, John A. Dyson (Lord Dyson), che ha indicato come il reparto giornalistico abbia commesso una “grave violazione” delle linee guida della BBC.
Ció che ha causando tutto questo trambusto è l’intervista che il giornalista della BBC Martin Bashir ha fatto 25 anni fa con la principessa Diana (foto).
La BBC è ora accusata di aver ottenuto l’intervista utilizzando mezzi ingannevoli e che, quando il coordinatore del programma, Mark Killick, ha denunciato la tattica di Bashir, è stato trasferito in un altro reparto.
Si dice anche che l’intervista abbia causato enorme stress ai figli di Diana, il principe William e il principe Harry, ai quei tempi rispettivamente di 13 e 11 anni.
Quando l’intervista di 54 minuti è stata trasmessa il 20 novembre 1995 sulla BBC-1 come parte della serie di documentari “Panorama”, la principessa Diana e il principe Carlo erano separati da tre anni. L’intervista ha fatto si che la regina Elisabetta II accettasse il divorzio, che poi avvenne l’anno seguente.
Ed ecco la mia analisi. La sofferenza vissuta dai figli di Diana è stata causata dalle azioni del padre e non dall’intervista. Il principe Harry ha dichiarato che suo padre aveva avvertito sia lui che William che le loro vite sarebbero state difficili tanto quanto la sua e che lui non aveva fatto nulla per cambiare il corso della storia.
La monarchia non è un’istituzione democratica o trasparente. I britannici non possono aspettarsi informazioni oneste e dirette da un’istituzione il cui motto è: “Non lamentarsi mai, non spiegare mai”.
Tuttavia, poiché la monarchia é parte integrante dell’assetto politico della Gran Bretagna (con la regina come capo dello stato, in quanto si tratta di una monarchia costituzionale, anche se con una costituzione non scritta), i cittadini hanno il diritto di sapere quello che combinano i reali – che ai reali piaccia o no.
I media tendono a giustificare il fatto che si puó corrompere individui che vivono in stati autoritari per ottenere notizie che altrimenti non sarebbero disponibili. Chiamiamo questo esercizio “spionaggio” a livello governativo e “fonte” a livello giornalistico. Qualcuno alla BBC si lamenterebbe se le notizie dalla Corea del Nord, dall’Iran, dalla Cina o dalla Russia (solo per citare i principali stati autoritari) vengono ottenute tramite sotterfugi? Ovviamente no. Perché la monarchia dovrebbe essere trattata in modo diverso?
Se Bashir ha avuto un colloquio ufficiale con un reale britannico usando mezzi non ortodossi é perché la notizia che stava cercando di ottenere sarebbe stata altrimenti offuscata. Perché non dovrebbe essere considerato ammissibile? Dopotutto, nessuno mette in dubbio il contenuto dell’intervista, solo il modo con cui è stata ottenuta.
A seguito del rapporto di Lord Dyson, Martin Bashir ha rilasciato una dichiarazione in cui si scusava per aver alterato alcuni documenti utilizzati per ottenere l’intervista. Tuttavia, ha aggiunto che “lo stesso Lord Dyson ammette che la principessa Diana avrebbe probabilmente accettato di essere intervistata senza ció che lui descrive come il mio ‘intervento'”.
In un’analisi del Reuters Institute for the Study of Journalism “Evading the Censors: Critical Journalism in Authoritarian States”, pubblicato nel 2014 dall’Università di Oxford, compare una lista di mezzi ingannevoli che potrebbero essere considerati accettabili dai media per ottenere notizie da paesi autoritari.
Anche nei paesi in cui la trasparenza da parte dei funzionari governativi è una prassi, i giornalisti devono spesso ricorrere a sotterfugi per ottenere notizie importanti, come dimostrato nel controverso caso classico dei “Pentagon Papers”. Nel 2015, 44 anni dopo il rilascio dei documenti segreti da parte del “New York Times”, il giornalista Neil Sheehan ha confessato di aver ottenuto i documenti ignorando le istruzioni esplicite della sua fonte (Daniel Ellsberg, allora analista al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti).
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