In bilico tra l’oceano e il sole: la poesia errante di Diane Pacitti

Riprodotto con permesso dell’autrice e di Versante Ripido

La seguente recensione è stata pubblicata il 13 settembre 2021 nella sezione “The Scarlet Letter” a cura di Elisabetta Sancino, della rivista/blog letteraria “Versante Ripido.” Vedere il sito: The scarlet letter di Elisabetta Sancino | In bilico tra l’oceano e il sole: la poesia errante di Diane Pacitti – Blog Versante Ripido

di Elisabetta Sancino

Qualche mese fa ho ricevuto via mail  dalla traduttrice Anna Foschi Ciampolini alcuni testi di Diane Southgate Pacitti, autrice londinese di grande sensibilità e talento, la cui opera poetica è ancora poco conosciuta in Italia. La selezione proposta da Anna Foschi comprende poesie che raccontano in modo toccante il percorso umano e psicologico, oltre che fisico, dei tanti italiani che hanno lasciato il nostro paese per trovare fortuna altrove. Del resto, il motivo del viaggio è un archetipo universale, presente nella letteratura di tutti i tempi, con significati che mutano a seconda delle epoche, delle culture e degli autori: basti pensare a Ulisse, Enea,  Gulliver, ai cavalieri della Tavola Rotonda o all’ebreo errante, solo per citare alcuni esempi. Affrontare il viaggio significa accettare il rischio di incontri casuali e fortuiti, imbattersi in pericoli, difficoltà e incognite che permettono all’uomo di mettersi alla prova, di maturare e di acquisire maggiore consapevolezza di sé e conoscenza del mondo.

I motivi e gli obiettivi che da sempre hanno spinto gli uomini a partire sono diversi ma simile è la frequente sensazione di straniamento che, al tempo stesso, diventa spesso motore e stimolo per continuare a cercare quella che Jung definisce la nostra “patria psichica”, ovvero la continua e illimitata realizzazione di noi stessi e del nostro potenziale. Il fascino di questo tema va dunque ricercato nella sua capacità di rispecchiare il cammino dell’uomo alla scoperta del mondo e di sé e di veicolare una molteplicità di esperienze e di emozioni.

Diane conosce bene la realtà degli emigranti perché è stata a lungo sposata con lo scultore di origine italiana Antonio Pacitti, scomparso alcuni anni fa, e attraverso la frequentazione costante con la famiglia di suo marito ha potuto comprendere le difficoltà e il disagio che lo sradicamento dal proprio paese necessariamente comporta. La famiglia Pacitti, originaria di Cassino, fu infatti costretta a emigrare a Glasgow per sfuggire alle repressioni messe in atto dal governo italiano contro gli antifascisti. Alla loro storia Diane ha dedicato il suo romanzo Tra due paesi (Between Two States), tradotto in italiano da Laura Ferri per Cosmo Iannone Editore.

Uno dei testi più intensi della raccolta si intitola “Figurinai”, dedicata agli artigiani che producevano statuette di gesso e che esportarono la loro arte in tutti i paesi dove si trasferirono. Il protagonista è un immigrato toscano appena approdato in Canada:

Grigi oceani tempestosi, poi Montreal sorse all’orizzonte

per ingoiarli nei bassifondi. Oppresso dalla povertà, suo fratello

fu trasportato con altri immigrati

a domare la natura incontaminata. Ma lui cominciò

a mescolare la malta. In poco tempo, una fila di statuette color bianco-gesso

parve fissare il soffitto annerito

con occhiaie vuote.

Di colpo, ritornò ai giorni della

sua infanzia in Toscana.

Malgrado il conforto di questa arte antica, il senso di solitudine e la paura per l’incertezza del futuro prevalgono:

Ma mentre era lì, in piedi,

sconosciuto a se stesso dentro quel cappottone ruvido,

un italiano con occhi tristi e abiti troppo larghi,

le acque che scorrevano senza posa parvero

trascinare via il suo intero passato per poi abbandonarlo sperduto

senza un futuro.

In un altro testo, “Presenza”,  la consapevolezza di appartenere ad un paese, alle sue tradizioni e alla sua storia non abbandonano mai il protagonista, che in un giorno di festa beve un sorso di vino, “gusta il momento, se lo rigira in bocca/inebriato”. E se è vero, come scriveva Proust, che “l’odore e il sapore delle cose rimangono a lungo depositate, pronte a riemergere”, sono proprio i cinque sensi a guidarlo finché accade il miracolo: è così che nella piovosa Scozia

Un pezzo di terra

Lasciato alle spalle in una patria dove si pativa la fame

Attraversa un oceano grigio

Per posarsi

Su un suolo provvisorio

E attraverso le generazioni

Viene custodito e dissodato, scavato, potato e innestato:

Un pezzo di cuore

Che in un freddo paese del Nord

Ancora matura i fichi

E spande le sue piante di vite.

In risposta ad alcune domande che le ho rivolto per comprendere meglio la sua opera, Diane sostiene che tutti noi sperimentiamo delle migrazioni nella nostra vita e che talvolta tradurre queste esperienze nella lingua di un altro è una sfida impossibile. Tuttavia, è proprio questa volontà di provare a dar voce a coloro che hanno dovuto superare mille ostacoli per continuare a vivere, a guidarla nella scrittura “per gettare uno sguardo sull’inesprimibile”. C’è una tensione continua, nella sua poesia, tra parola e spazio bianco, voce e silenzio, perchè “tutta l’arte si forgia da un silenzio al quale ritorna”. Per spiegare meglio questa dicotomia, Diane fa riferimento alle parole della sacra Torah, scritte da Dio con fuoco nero, mentre il fuoco bianco ha creato lo spazio tra le lettere, le parole e le righe:  uno spazio lasciato all’interpretazione dei saggi che devono trasmetterla di generazione in generazione. In poesia, è l’immaginazione del lettore a unire le parole, riempiendo gli spazi  vuoti, facendosi guidare dalle suggestioni create dal testo. Un compito non facile, né per il poeta né tantomeno per il lettore: per questo Diane fa spesso riferimento all’impossibilità di affidare alla parola poetica il compito di svelare l’indicibile. Nel testo “Unfoundland”, in particolare, tale difficoltà non è data solo dall’inafferrabilità dell’elemento marino ma dall’intraducibile pregnanza delle parole dei nativi abitanti dell’isola di Terranova:

un linguaggio simile al glim, un bagliore lontano; le sue parole inafferrabili

come un fairy squall, raffica di vento che sembra

giungere da un luogo che non c’è.

In un altro testo, “Native Invader”, è la simultanea padronanza di due idiomi, a sua volta indice del legame profondo e lancinante tra due culture opposte, a bloccare le parole del soldato canadese di origini italiane in missione nel nostro paese:

Qualche volta nessuno

dei due linguaggi gli si forma in gola: l’essere schiacciato fra due paesi

non è qualcosa che si può tradurre.

Eppure, Diane Pacitti prova a dar voce a questo conflitto o “schizofrenia”, come la definisce Derek Walcott, parlando della necessità, per i poeti creoli educati alla lingua inglese, di non rigettare la proprie radici ma trovare una “fusione elettrica” tra le due lingue, anche se questo comporta necessariamente un dolore perché “l’unico modo di ricreare questa lingua è condividere la tortura della sua articolazione”.

“Native Invader” procede attraverso un continuo alternarsi fra i ricordi della terra appena lasciata e la realtà desolante della guerra che l’io poetico, il soldato, descrive così:

Laggiù nel freddo Canada,

Stanno tirando fuori il fico dal riparo della trincea invernale;

Sua zia sta piantando il basilico.

Qui, un campo

Seminato non di grano, ma di mine; un vigneto calpestato;

Un frutteto che fiorisce di fiamme feroci

Non ci sono solo gli immigrati in cerca di fortuna e i soldati a popolare i versi di Diane Pacitti ma gli “enemy combatants”, per usare la definizione coniata da George W. Bush in riferimento ai detenuti di Guantanamo, ossia quei prigionieri che non rientrano nella protezione giuridica della Terza Convenzione di Ginevra e nemmeno in quella che spetterebbe alla popolazione civile, a cui pertanto viene negata la tutela dei diritti umani fondamentali. A loro Diane e Antonio hanno dedicato una pubblicazione che unisce arte e poesia, per la quale il grande drammaturgo Harold Pinter ha speso parole di elogio. E infine ci sono i prigionieri di guerra, la cui tragica sorte è efficacemente descritta in “Arandora Star”. Il testo è incentrato sull’affondamento da parte del sottomarino Tedesco U-boat dell’omonima nave che trasportava centinaia di prigionieri, per lo più italiani, da Liverpool al Canada nel luglio del 1949. Il protagonista spera fino alla fine di arrivare salvo a destinazione, ripetendo a se stesso come un mantra la parola “Canada”:

Si svegliò con quella parola, sussurrata come un segreto.

Ne assaporò le aspre consonanti, le vocali.

Ne sapeva così poco. Tutto quello che poteva offrire

erano montagne e rocce frastagliate, scuri abeti.

E neve – di questo era certo

(…)

Forse questa nuova patria

poteva non soltanto offrirgli la costrizione dell’esilio

ma aprirgli la sensazione del ritorno.

Nei versi di Diane Pacitti il dialogo tra natura e l’uomo è molto presente: si tratta di una natura selvaggia, caratterizzata da distese sconfinate di acqua, terra e cielo, in grado di sprigionare quel senso del sublime che il filosofo inglese Burke definisce come “ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di provare”.

Nei paesaggi descritti da Diane l’uomo è spesso una presenza minima che ricorda certe tele del grande pittore romantico K.D. Friedrich. Qui, come nei versi della scrittrice, la natura è manifestazione dell’invisibile e del divino, ma anche specchio dell’anima dell’artista e custode di un linguaggio cifrato che viene svelato solo a coloro che si mettono in autentico dialogo con essa.

ANTONIO PACITTI, Between sea and sky, monotipo su carta, Collezione Privata

Talvolta, come in “Canada at War”, sono proprio la brutalità e l’orrore della guerra a suscitare nell’uomo il bisogno di ritrovare bellezza e armonia attraverso la contemplazione della natura. Ne sono un esempio i versi pronunciati dal soldato canadese in missione durante la prima guerra mondiale nel nord della Francia (ricordiamo la battaglia del crinale Vimy, vinta dai canadesi contro i tedeschi nel 1917): dopo aver trascorso lunghe ore in trincea, “nel profondo della terra addormentata, dove respirano le radici”, si rende conto che il ventre della terra è intriso di sangue e infestato da ratti famelici che si avventano sui cadaveri. Non gli resta che distogliere lo sguardo e guardare il cielo:

Un aereo lassù in alto

Gli ricordò la grazia di un uccello,

Dipinse le nuvole di un chiaro azzurro,

Un’aquila volava alta descrivendo ampi cerchi

Nella solitudine della natura intatta,

Fra scuri abeti, torrenti e cime innevate

Dove l’unica traccia umana

Era la bianca scia del suo respiro,

Dissolta

Non appena riscaldava il sentiero.

Talvolta uomo e natura sono invece due entità contrapposte e nell’inevitabile confronto tra l’uomo e la furia degli elementi (per citare nuovamente Burke, “tutto ciò che può destare idea di dolore e di pericolo, ovvero tutto ciò che è, in un certo senso, terribile o che agisce in modo analogo al terrore” ) risiede non solo la scaturigine dell’autentico senso del sublime ma anche  un potente richiamo all’archetipo del viaggio verso casa, il luogo dove tutto trova una riconciliazione ed è pronto per un nuovo inizio. E allora farsi possedere dall’acqua e dal vento e battezzare dalla tempesta sono gli unici modi  per poter varcare nuovamente la soglia lungamente abbandonata, rientrare dentro se stessi e ripartire, come si legge in “Terra non incontrata”:

Quando erano ormai vecchi

Non ricordarono piú se davvero si erano avventurati in quel mistero

o se era stato qualche altro marinaio a vantarsi di aver camminato

sull’ampio dorso dei merluzzi

addirittura fino alla riva

della terra appena scoperta;

(…)

che si confondeva con la bruma, e l’oceano indomabile, grigio

Una poesia sfaccettata, quella di Diane Pacitti, che alterna lirismo a denuncia sociale e colpisce per la sua capacità di alternare il linguaggio del quotidiano, spesso volutamente semplice, diretto e talora crudo, con quello della tradizione poetica di matrice nordeuropea, in un connubio affascinante che il pubblico italiano meriterebbe senz’altro di conoscere meglio e approfondire.

Unfoundland

When they were old men

they couldn’t recall if they strode that mystery themselves,

or if another sailor had bragged of walking

on the broad backs of cod

all the way to the shore

 

of the new found land;

though even Caboto himself

might have baulked at that word ‘found’:

his tensed eyes

saw nothing you could pin down, only landfall

 

receding into mist, and a wild grey sea

shape-shifting

into translucent islands,

learning to crackle and splinter;

learning to soften

to slob ice, and then be washed ashore

as lolly turning to slush:

a liminal place,

a borderland which surfaces and hides

in the throats of its own people, through words

which bob up

and submerge themselves in the tide

of standard speech;

an un-country

and more-than-sea that bores and teases the shape

of the human face and windpipe:

through its wind

that stretches cheeks in a screecher; or perhaps

through a damp muggy day closing the lips

to murmur mauzy, or through the force

of brickle ice exploding harsh consonants

in throat and mouth.

it is a language

like distant glim; its words as elusive

as a fairy squall, a gust which appears

to come from nowhere.

A standard speaker

is strangered by this tongue, feels as displaced

as perhaps Caboto did when he returned

to the jewel-hard light of Venice, learnt to live

with palaces and towers, yet in his dreams

still walked a squirming silver bridge of fish,

the nearest thing he could find

to solid land.

Terra non incontrata

Quando erano ormai vecchi

Non ricordarono piú se davvero si erano avventurati in quel mistero

o se era stato qualche altro marinaio a vantarsi di aver camminato

sull’ampio dorso dei merluzzi

addirittura fino alla riva

della terra appena scoperta;

anche se lo stesso Caboto

forse avrebbe esitato alla parola “scoperta”:

scrutando con occhi attenti

non aveva visto niente di conosciuto, solo un approdo

che si confondeva con la bruma, e l’oceano indomabile, grigio,

mutevole in forme

di isole traslucide

mentre  imparava a infrangersi e rumoreggiare;

imparava a illanguidirsi

fino a sciogliersi

in slob ice, fino a che la risacca li portava a riva,

e il lolly si mutava in poltiglia:

un posto alla soglia della coscienza

una terra di confine che emerge e si nasconde

nella gola dei suoi abitanti, attraverso parole

che affiorano

e si inabissano nella marea

delle parole di tutti i giorni

una terra-non-terra

eppure più-del-mare che deride e confonde

la forma del volto umano, della trachea:

attraverso il vento

che distende le guance in un screecher; o forse

si serve di una umida giornata afosa, di quelle che sigillano le labbra

per mormorare mauzy, o attraverso la forza

del brickle ice che esplode in aspre consonanti

in bocca e in gola.

è un linguaggio

simile al glim, un bagliore lontano; le sue parole inafferrabili

come un fairy squall, raffica di vento che sembra

giungere da un luogo che non c’è.

Chi parla la lingua di uso comune

è estraniato da questo linguaggio, prova lo stesso

sradicamento che forse provò Caboto quando tornò

nella luce di Venezia splendente come gemme, imparò  a vivere

fra palazzi e torri, eppure in sogno

camminava ancora su un ponte argenteo di pesci guizzanti,

la cosa più simile alla terraferma

che aveva potuto trovare.

————————————————————-

Inglese parlato nel Newfoundland (Terranova)

slob ice= pezzi di ghiaccio fluttuanti/broken ice floating at sea

lolly= poltiglia /ghiaccio semi sciolto galleggiante

glim=bagliore, riflesso di luce

screecher =  fra i vari significati, qui:

grido, ululato

mauzy= afoso

brickle ice= ghiaccio frantumato

fairy squall = folata di vento breve e inaspettata, popolarmente “fate danzanti”

slob-ice=ghiaccio marino

(Traduzione e note di Anna Foschi Ciampolini)

Diane Pacitti, laureata in Filosofia presso la Nottingham University, è una scrittrice londinese. La sua produzione letteraria esplora i temi della migrazione, dell’identità e delle relazioni di potere. Nel 1987 sposa l’artista italiano Antonio Pacitti, che avrà un’influenza significativa sulla sua produzione letteraria. Nel 2004 i due collaborano alla stesura di Guantanamo, una raccolta di poesie e disegni dedicati ai prigionieri del carcere statunitense. Dopo la morte del marito, Diane Pacitti ha curato e presentato delle sue creazioni artistiche in collaborazione con partner creativi quali la Glasgow University Memorial Chapel e la Bradford Cathedral. Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e riviste letterarie. Alcuni testi sono stati selezionati per il Jane Martin Poetry Prize al Girton College e hanno ricevuto il primo premio della Bronte Society (2014). ​Nel 2020 il suo romanzo Between two states, ispirato alla storia della famiglia di suo marito, è stato tradotto in italiano da Laura Ferri per Cosmo Iannone Editore. Nello stesso anno è stata pubblicata la silloge Dark Angelic Mills (prefazione di Rowan Williams), ed. Canterbury Press. Alcune sue poesie, tradotte in italiano da Anna Foschi Ciampolini,sono apparse sul blog Alla volta di Leucade (http://nazariopardini.blogspot.com/2020/08/dal-canada.html).

 

 

 

 

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