Il COVID 19 ci ha rubato qualche anno della vita: le paure, le ansie, i disagi

di Vicky Paci

E’ innegabile che il coronavirus ha rubato a tutti noi anni di vita…
Una deprivazione sociale: ai bambini costretti a stare tante ore a scuola con la mascherina e quasi senza poter abbracciare i nonni per paura di contagiarli, agli adolescenti che hanno bisogno di stimoli sociali, avere rapporti con i coetanei, una vita sportiva, flirt, ai quali invece e’ richiesto il sacrificio del distanziamento ed ovviamente mascherina e noi adulti (soprattutto i senior). Ed ecco emergere disturbi del sonno e demotivazione anche tra i ragazzi. Tutti resteremo orfani di almeno due o tre anni della nostra vita, prigionieri di questo virus subdolo che ci attacca appena abbassiamo la guardia, non ci permette di socializzare, ci costringe a vivere con una specie di museruola sotto la quale sudiamo, respiriamo il nostro respiro, il make up svanisce.
Almeno gli occhi si vedono ma sono sguardi tristi, senza espressione che noi chiamiamo “occhi senza volto”. Vancouver e’ una citta’ bella, con tanto verde ma che gia’ normalmente offre poche occasioni di svago: ora con le restrizioni ci sentiamo ancora piu’ chiusi quasi prigionieri anche se nessuno ci ha mai obbligato a restare chiusi in casa (al momento in cui stiamo scrivendo, 19 novembre ed almeno fino al 7 dicembre forse di piu’, sono sconsigliati i viaggi anche interni, proibiti alcuni sport al coperto, fitness di gruppo, lezioni di ballo e visite nelle chiese o templi al di fuori di funerali o matrimoni con al mx 10 persone.
E’ fortemente sconsigliato ricevere amici e parenti non conviventi ma possiamo andare in palestra, dal parrucchiere o nei centri estetici dove, dicono le autorita’, se le regole sono seguite non avviene il contagio. Obbligatorio uso della mascherina in tutti gli spazi pubblici interni e condivisi. Le scuole rimarranno aperte e non ci saranno cambiamenti. “Vogliamo vedere una differenza chiara e notevole ed un rallentamento di trasmissione in tutta la provincia” ha dichiarato Bonnie Henry. Pero’ si sta verificando uno strano fenomeno: socializzare non ci fa sentire più a nostro agio, la pandemia, come affermano gli scienziati, sta rimodellando le nostre sensazioni di paura e disagio e fateci caso quando per strada incontriamo una persona che si avvicina troppo, cosa facciamo? Istintivamente ci ritraiamo, scendiamo dal marciapiede ogni volta che incrociamo un estraneo e personalmente se qualcuno per caso ci coglie di sorpresa camminando vicino, tratteniamo il fiato.
Questi comportamenti ormai vengono naturali, anche se all’aperto il rischio di trasmissione del coronavirus potrebbe essere ridotto. Alzi la mano chi non prova disagio ad affrontare situazioni affollate, sia al chiuso che outdoor. Stiamo vivendo una nuova esperienza che in parte avevamo rimosso in estate ed ormai il nostro cervello assorbe solo emozioni avverse per assembramenti come riflesso incondizionato, senza contare la minaccia invisibile degli assintomatici. Ma come saremo nel post covid? Riusciremo a disimparare l’avversione agli affollamenti? Dove andremo a finire? La storia insegna che quando la pandemia si placherà, presto o tardi, dimenticheremo il distanziamento, la minaccia di un corpo estraneo troppo vicino a noi, il nostro cervello non considerera’ piu’ una persona senza mascherina fisicamente pericolosa e sicuramente sara’ un sollievo toglierla.
Speriamo solo di conservare la buona abitudine di lavarsi le mani. Nonostante l’emotivita’ provocata adesso dal coronavirus tutto e’ temporaneo perché la memoria umana è labile e la maggior parte di noi si adatta senza rendersene conto. Gli esempi sono le precedenti epidemie della storia mondiale: una per tutte l’influenza spagnola, dimenticata rapidamente e solo ora ricordata perche’ messa a confronto con il covid. Un’altra situazione anche se diversa e’ quella accaduta dopo gli attacchi dell’11 settembre quando la sensazione di paura e di ansia è stata intensa ma la gente ha ripreso a viaggiare relegando il ricordo in una parte piccolissima del cervello, quasi a volerlo cancellare.
Siamo d’accordo che il covid assomiglia di piu’ ad uno stress cronico che ad un trauma improvviso dal quale si guarisce prima ma siamo sicuri che il disorientamento che ora ci pervade non sopravvivera’ a lungo alla fine della pandemia e quando il virus sarà sotto controllo il nostro cervello si ricalibrerà ritrovando lo spirito e la voglia di riscattarci, guardare al futuro, speriamo facendo tesoro delle esperienze che non bisogna mai sottovalutare o negare.

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