Donne del mondo in emigrazione

Di Anna Maria Zampieri

La giovane, lucidi capelli corvini, carnagione bruno-olivastra, corporatura minuta e ben proporzionata, si muoveva composta e sicura nell’ampia cucina della villa padronale. Dalla dispensa ai fornelli, dal tavolo delle vivande al buffet, e quindi nella ricca sala da pranzo dov’erano riuniti famiglia e amici. Sorriso appena accennato, sguardo attento, ANIL appariva tuttavia immersa in un pensiero lontano. Indossava un ampio grembiule quadrettato sopra un grazioso abito festivo. La scortava il marito, un bel giovanotto dall’aspetto dignitoso: sembrava l’ombra di una dama designata a funzioni delicate e importanti. Un’ombra tuttavia che, in concreto, stava sbrigando l’apparente disordine costituito da piani di lavoro da ripulire, pile di piatti da lavare, decine di bicchieri da asciugare, pentole e posate da riporre dopo averle ben lucidate. La solita curiosa, spinta dall’esigenza di rapporti umani e dal desiderio di risposte reali, conversando con loro apprese trattarsi di una delle molte coppie di immigrati sud-asiatici in cerca di futuro nel continente europeo: per se stessi e per la figlioletta di pochi anni, lasciata in custodia alla nonna nel tormentato paese d’origine. Ambedue in possesso di buona educazione e di studi superiori, Anil svolgeva un ruolo di baby-sitter e cameriera presso una famiglia della ricca borghesia veneta, lui si occupava di lavoretti part-time in attesa di lavoro fisso, non importa se adeguato alla laurea posseduta. Il pensiero dell’intervistatrice correva in parallelo ai molti giovani italiani, tecnici, laureati, specializzati che, alla ricerca di opportunità nei paesi supersviluppati del mondo, stanno accettando incarichi umili, mai rinunciando a sperare. Tra loro anche parecchie ragazze: non più costrette, come in tempi lontani, al lavoro in fabbrica, ma pur sempre lontane dalla famiglia, dagli affetti e dalla terra natale. E spesso in condizioni precarie. Nello stesso periodo dell’anno, un’anziana donna italocanadese, vedova e di salute cagionevole, condivideva le fredde giornate invernali e i parchi pasti con una giovane filippina, una delle migliaia di badanti che – immigrate nei paesi dell’opulento occidente in crisi, stavano servendo persone non più autosufficienti e nuclei familiari incapaci di provvedere da sè. Per AURELIA erano lontani i giorni dell’emigrazione nel continente nordamericano, ben più di mezzo secolo prima. Aveva lasciato il paesino del meridione d’Italia col cuore in tumulto, ma s’era fatta coraggio. Piena di energia giovanile e di speranza, s’era rimboccata le maniche per aiutare il marito nella piccola bottega commerciale e allevare il figlio procurandogli educazione e benessere. Era fiera di quanto aveva conseguito, ma ora suo figlio era preso dagli affari in un paese orientale emergente e lei era rimasta sola. Non fosse stato per quella ragazza estranea che si prendeva cura di lei, la grande casa le sarebbe apparsa più vuota di sempre, inutile. A quanto erano valsi i suoi sacrifici? L’anziana donna fissava in silenzio la giovane filippina, anch’essa sola e lontana dalla patria di nascita, e rifletteva sul fenomeno delle italiane di origine prevalentemente contadina diventate per necessità bambinaie, cameriere e serve nelle famiglie dei cittadini benestanti del nord. E riandava alla storia del grande esodo verso il continente americano di cui essa stessa era stata parte. Ondate emigratorie costituite per almeno la metà da donne degli strati più umili della popolazione. Donne lavoratrici che in emigrazione, rischiando il rischiabile, perdendo e vincendo, avevano potuto riscattarsi dalla povertà, dall’ignoranza, dalla supremazia maschile, da false gerarchie di classi e di valori. Migrando. Camminando. Costruendo. Oggi sono le giovani del terzo mondo a sostituirle. È uno dei nuovi volti dell’emigrazione al femminile. Una componente della grande famiglia umana che si sta muovendo dolorante verso una sognata e non impossibile cittadinanza globale. Nota: i due caratteri descritti riguardano donne reali. Per ragioni di privacy solo i nomi sono fittizi (da P&P vol II)

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