Divagazioni sulla moda e la Festa della Donna al Centro Italiano

Karl Lagerfeld, lo stilista di fama internazionale recentemente scomparso, ebbe a dichiarare più volte che lui non disegnava abiti per donne “floride”. Naturalmente, si trovò a fronteggiare una legittima ondata di indignazione. Quando Gucci ha recentemente lanciato sul mercato un (brutto) maglioncino che evocava e banalizzava la storia e il significato del “blackface” ha dovuto ritirare la produzione dal mercato. Stessa sorte per Prada con il suo (brutto) portachiavi dal medesimo ambiguo messaggio e per le (brutte) scarpette firmate da Katy Perry. Quando Mary Quaint, negli anni ’60 prese le forbici e accorciò le gonne ad altezza vertiginosa, lo fece soprattutto per una questione di risparmio sulle tasse ma finÌ per cavalcare una epica rivoluzione di cambiamento del costume sociale e avvento della liberazione sessuale. Prima di lei, la leggendaria Coco Chanel disegnava abiti sciolti, funzionali che liberarono la donna dalle costrizioni del busto con le stecche di balena che faceva “il vitino di vespa” e deformava il torace, e dall’ingombro dei monumentali cappelli e gonne che intralciavano i movimenti. La moda, e non da oggi ma nel corso dei secoli, ha sempre avuto una fortissima valenza sociale, culturale e di classe, dato che era il primo indicatore di classe sociale. Già nel XIX secolo negli Stati Uniti avevano iniziato la produzione di uniformi militari in taglie standardizzate invece che a misura, e da lì all’emergere del prêt-à-porter il passo fu breve. La moda pronta segnalò una importante svolta in quanto consentiva anche alle classi meno abbienti l’accesso a un tipo di abbigliamento abbastanza sofisticato. Oggi tutte le case di alta moda hanno la produzione di massa che è poi quella che garantisce di fare i veri mega-profitti. Oggi l’industria della moda è un macrocosmo globale che comprende anche riviste di moda, influencers, bloggers e che è presente in ogni aspetto della nostra vita. Proprio per l’enorme influenza che esercita su miliardi di essere umani, se ne stanno esaminando con attenzione gli aspetti meno evidenti e più controversi, ad esempio la scarsa o nulla presenza di modelle e abiti che riflettano la realtà del corpo femminile, dato che non tutte le donne indossano taglia 0 o taglia 2. Ad esempio, i casi di anoressia fra le modelle causati dalla pressione di “mantenere la taglia”, la prevalenza di modelle di origine caucasica, e in ordine di tempo, il più recente e scottante passo falso in cui possano inciampare i creatori di moda: l’appropriazione culturale. Dalle treccine afro mostrate nella sfilata della casa Marc Jacobs alla acconciatura stile “Baby Hair” che ha fatto piovere critiche su Katy Perry e Lucy Hale fino alla polemica sugli orecchini a cerchio e su chi ha il diritto di indossarli, il dibattito è aperto. E forse dovrebbe essere aperto anche un altro dibattito: la moda, intesa come concetto globale ed estetico, è davvero femminista? E il femminismo ha davvero liberato le donne? E fino a che punto?
Tornando ai fatti di casa nostra dopo questo lungo preambolo, ecco, ci sarebbe piaciuto che a corollario della sfilata di moda che abbiamo visto ieri al Centro Italiano, si fosse potuto iniziare un dialogo per esplorare alcuni aspetti di questo fondamentale fenomeno socio-economico-culturale: l’industria della moda, che guida quotidianamente i nostri passi anche se non ce ne accorgiamo o proclamiamo che non ci interessa. Per fortuna c’è sempre tempo di organizzare qualcosa in questa direzione. Ma procediamo con ordine: la sera del 7 marzo scorso si è svolto al Centro Italiano il banchetto a celebrazione della Festa della Donna, organizzata dalle signore del Comites, e per quanto riguarda la sfilata di moda, da Irena Demarco. La serata, oltre a una eccellente cena ha offerto anche l’ occasione di ammirare gli abiti disegnati da di Giovanna Ricci e da Atelier Grandi . Hanno fatto bene Irena Demarco e le altre Signore a inserire questo avvenimento che presenta le creazioni di stilisti locali. Non solo la disegnatrice Ricci e l’ Atelier Grandi hanno un grande talento ma hanno anche il coraggio di celebrare la femminilità con abiti seducenti e castigati allo stesso tempo, rivelatori in trasparenze mai sguaiate. E poi, in una serata durante la quale ci si riunisce per bandire per un momento i pensieri quotidiani, un intrattenimento ci sta bene. Scrivo questo non per salvarmi le terga dagli attacchi di artigli affilati, dato che lo sappiamo tutti (me compresa) come sia facile essere sbranati e gettati in pasto alle belve se viene percepita in un articolo anche la minima critica o la minima dimenticanza. Scrivo questo perché alla festa mi sono divertita. Abbastanza. E il discorso, come ho già detto, si può sempre ampliare in futuro. La Festa della Donna cade ogni anno e anche senza aspettare tale ricorrenza, nella nostra comunità non mancano donne e uomini intelligenti e preparati che credo sarebbero disposti a sedersi intorno a una tavola rotonda o quadrata o come vi pare e aprire un dibattito con partecipazione di pubblico e attiva collaborazione da parte delle entità comunitarie. Lavorando insieme, i progetti si realizzano.

Passiamo ora alla doverosa sezione di ogni articolo comunitario, e cioè dare a Cesare quel che è di Cesare, citando le organizzatrici della serata: Irena Demarco come responsabile della sfilata di moda, e le Signore del Comites: Maria Teresa Balbo Pagnan, Carmelina Cusano, Frances Renzullo Guzzetto, Rosanna Spechiulli, Lidia Vecchiato Catalano. Patrocinio da parte di: Consolato Generale d’ Italia che tramite il Console Generale Iacchini ha inondato i tavoli conviviali di ottimi vini italiani, del Comites, del Centro Italiano, Il Marcopolo, la rivista Nuvo, Montecristo Jewellery, la Casa Giovanna Ricci, Atelier Grandi , ICCCW, e da parte di una lunga, lunga lista di altri sostenitori e sponsors ai quali va tutta la nostra comunitaria gratitudine per essersi attivamente coinvolti e avere permesso la realizzazione di questo evento.

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Come al solito, Ottimo Servizio Anna, Grazie e Complimenti !!!

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