Cronache e riflessioni in tempo di Coronavirus

«Non sapete che moltissime persone sono malate appunto della loro salute, cioè di una smisurata sicurezza della propria normalità, e perciò stesso contagiate da una terribile presunzione, da una incosciente autoammirazione che talvolta arriva addirittura all’infallibilità? […] Questi uomini pieni di salute non sono così sani come credono, ma, al contrario, sono molto malati e debbono curarsi.»

(da: Diario di uno scrittore di Fėdor Dostoevskij)

Di Anna Foschi

È bastato un microscopico virus per mettere il mondo in ginocchio. Per piombarci in una notte incerta di angoscia. Per privarci della gioia di fare una passeggiata al sole, di abbracciare i propri cari e ridere e scherzare con I propri amici. Perché ognuno, anche la persona più a noi cara, può rappresentare una minaccia, perché questa battaglia la combattiamo da soli e finora con poche armi spuntate. Anche io, asserragliata a casa, stento a ritrovarmi in questa nuova vita cosÌ ristretta e cosÌ solitaria. Solo ieri ci sentivamo potenti, sereni anzi spavaldi, convinti che la superiore tecnologia moderna ci avrebbe protetto e coccolato, offrendoci prosperità, divertimento, sicurezza e tutto quanto si possa desiderare. Ed eccoci qui ad attraversare un Purgatorio sconosciuto, fatto di limitazioni, a camminare per strade spettrali, vuote di suoni e volti, a parlare via video con amici e parenti. Impariamo una nuova umiltà, la coscienza della propria vulnerabilità. Nel grigiore di questo temporaneo limbo in cui ci muoviamo, la tecnologia ci da almeno il grande conforto di restare collegati, di poter lavorare da casa e organizzare conversazioni via video e di ri-immaginare il passato che era appena ieri. Metto su vecchie canzoni durante la giornata, come “Porta Portese” di Baglioni e rivedo i mercatini brulicanti di gente nei giorni di sole. Chiamo amiche lontane che mi raccontano identiche storie di volontaria segregazione: “Esco solo per la spesa, non vedo i miei figli per prudenza.” “SÌ, io faccio ancora trekking ma per sentieri deserti. Ti ricordi Ampugnano? E Montemurlo? Son stata lì ieri.” E da Lisa che vive a Beijing: “Non uscire di casa per nessun motivo. Dammi retta.”

Con una vecchia amica fiorentina ricordiamo altri momenti terribili che abbiamo vissuto, come l’alluvione di Firenze del 1966, il freddo, la fame, la mancanza di acqua, il buio, il fango e la puzza ammorbante ma quei nemici li vedevamo in faccia e poi avevamo vent’anni e c’era solidarietà. Il poco cibo ce lo dividevamo coi vicini, l’acqua la si andava a prendere in collina per tutti, chi aveva potuto salvare la propria automobile non si negava. Non c’erano i supermercati svaligiati di carne e di tutto quanto come ho visto qui vicino casa e quel correre via senza nemmeno guardarti in faccia con il loro bottino di ingordigia. Coronavirus passerà, come tutte le cose di questo mondo, ma speriamo che nella scia di lutto e terrore almeno lasci una lezione per tutti noi. Siamo un niente di fronte al Creato. Solo se ci sosteniamo l’un l’altro abbiamo Speranza. Solo se riscopriamo la nostra umiltà e la nostra spiritualità ci riprenderemo la nostra Vita. Un augurio a tutti i lettori e a tutti noi: restiamo uniti! (e restiamo a casa finché passa la tempesta!)

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