Brano tratto dal racconto: Ragazza calabrese

Arianna s’era appena svegliata quando sua madre spinse leggermente la porta socchiusa della cameretta. “Sta sorgendo un sole che è una meraviglia,” disse questa sbirciando verso il letto. “Sarà una giornata stupenda per le tue nozze,” aggiunse subito, ciabattando verso la scala, indaffarata.
“Sabato, il giorno del mio sposalizio,” mormorò sommessamente Arianna, lasciandosi poi sfuggire un profondo, lungo sospiro. Richiuse gli occhi, immobile. Si portò le mani sui capelli biondicci e si accorse di apprezzare intensamente quelle ultime ore di completa libertà che le rimanevano prima di sposarsi. Voleva alzarsi sì, ma per correre a perdifiato lungo uno dei sentieri di quella montagna e poi guardare in giù al suo paesucolo, con le case bianche abbarbicate sul costone di quel colle nell’entroterra calabrese. Possibile che non ci fosse un ragazzo decente che la volesse per amore tra quelle case, in quella brulla terra dimenticata da Dio? A diciannove anni, Arianna aveva tempo solo per il lavoro con la sorella nel negozio di tutti i generi che suo padre aveva messo su in famiglia, e a divertirsi con le amiche, naturalmente. Per il momento le bastava il tipo di sport praticato da tutte le sue coetanee, ammirando i giovani nella chiesa cattolica; in quella anglicana, dov’era andata fino a sedici anni, non ce n’erano molti. A un matrimonio non ci pensava nemmeno e ad avere un ragazzo… forse, in futuro. Sal, il suo fidanzato, l’aveva condotta il giorno prima, in sella alla sua moto Guzzi, a confessarsi da don Fiorante a quattro chilometri dal paese, in una chiesa aperta tutti i giorni, più vicina al comune. Senza tanti preamboli, Arianna aveva chiesto al prete di non sposarla. In lui aveva riposto la sua ultima speranza per sfuggire a quel matrimonio ma don Fiorante non l’aveva degnata di una replica. Al ritorno, sulla motocicletta che arrancava in salita, Sal le aveva ordinato di cingerlo con le braccia ma al suo rifiuto, visto che lei non lo aveva mai abbracciato di sua spontanea volontà, le gridò: “Stringiti, disgraziata, sennò rischi di cadere.”
“Mai,” gli rispose Arianna.
Sal rallentò, fermandosi al lato della strada. Arianna saltò giù, scostandosi un poco tra i papaveri e i piccoli cardi che fiancheggiavano il ciglio. “A me non m’importa cadere, meglio che muoia,” disse.
“Guarda che ti lascio,” l’ammonì Sal.
“Meno male. Non venire domani.”
“Non verrò, stai sicura!” Sal dichiarò.
Ripresero la strada del ritorno, lui curvo sul manubrio, lei staccata da lui, rigida sul sellino posteriore, senza proferire alcun’altra parola.
Arianna sentì sua madre salire nuovamente le scale. La prevenne dicendo: “Sono alzata, ora scendo.”
“Devi lavarti, pettinarti e vestirti prima che arrivino i parenti. Figlia mia, spicciati.”
Curioso come la voce premurosa di sua madre le arrivasse non come un’esortazione, ma come un pungolo sulla schiena, Arianna si sorprese a riflettere. L’idea del matrimonio era stata tutta di sua madre e la scelta di quel giovane come fidanzato le era stata imposta, sospettava, perché si sapeva che Sal sarebbe emigrato in Canada. In quel modo Arianna avrebbe fatto una vita tutta diversa, moderna, lontana dalle costrizioni di quei paesi sperduti, dalla mentalità inchiodata su quella terra, dalle tradizioni per lei avulse. “Figlia mia, tu sei una principessa, non sei fatta per star qui, sei bella e delicata e raffinata, ti ci vuole un futuro migliore,” le aveva rimarcato la madre quando il poco ed esile fumo che dal focolare alla sera si espandeva in cucina, innocuo per tutti i familiari presenti, faceva invece lacrimare Arianna. Suo padre, una pasta d’uomo, aveva anch’egli sicuramente intuito che a quella sua figlia piacevano le cose moderne. L’aveva vista a quattordici anni trafficare con i rimasugli di stoffe e forbici e aghi per farsi un paio di pantaloni all’ultima moda, come si vedeva in tivù, che le arrivavano fino alle ginocchia e non aveva detto niente benché quella maniera di vestire fosse giudicata scandalosa in paese. Prima di partire in auto per un pic nic domenicale in montagna, Arianna colse la buona occasione. “Papà aspetta un minuto, ho dimenticato qualcosa,” gli aveva detto scendendo dal sedile anteriore, posto riservato a lei altrimenti avrebbe sofferto il mal d’auto. In fretta raggiunse la sua camera ove si cambiò per indossare i pantaloni al ginocchio. Si rimise in auto, coprendosi le gambe con una blusa che aveva al seguito. Quando al pic nic sua madre si accorse finalmente dei pantaloni, Arianna si prese solamente un rimbrotto, evitando qualche manrovescio. Non si poteva fare una scenata di fronte agli altri escursionisti e clienti e le sue amiche ebbero tutto il tempo per farle i complimenti e invidiarla un po’. A casa alla sera fu tutto un altro affare. “Caro marito, tu te ne stai zitto e la difendi sempre, quella impudente.”
“È solo un po’ più sofisticata della sorella, devi capirla.”
“Tu e il tuo cuore d’oro! Questo ambiente non fa proprio per lei.”
E così la sfuriata si sgonfiò come tutte le altre, con la madre che la voleva sempre vinta ma un fatto più recente e molto più grave indusse un giorno il padre a parlare schiettamente con Arianna. “Sal ha portato vergogna alla nostra famiglia, non comportandosi ammodo in paese,” le spiegò. “Se tu gli vuoi bene seriamente allora ci mettiamo una pietra sopra e andiamo avanti,” aggiunse.
“Papà, mandalo via,” gli rispose semplicemente Arianna.
Il padre si attenne al desiderio della figlia e diffidò Sal dal farsi vedere in casa. In seguito, Arianna venne a sapere che Sal aveva trascorso un paio di notti con una donna sposata.
Verso le nove i parenti e conoscenti cominciarono ad arrivare, accolti con abbracci e baci sulle guance, manate sulle spalle, strette di mano e con bicchierini di vermouth. Le donne facevano crocchio attorno alla sposa e i superlativi si sprecarono allorché Arianna si presentò a tutti col vestito bianco e col velo in testa. “Una giovane così graziosa – ma guarda che bella figura fa – sembra una diva del cinema, sì, è snella e attraente e non povera in canna come Sal, ma Sal andrà a far fortuna in Canada,” dicevano. Arianna sorrideva a tutti, ma col viso un po’ tirato, forzatamente.
Poco dopo le ore undici il suono delle campane che annunciavano la messa nuziale toccò i muri sgretolati e le calci antiche delle facciate ed entrò in ogni famiglia. Il fervore sulle stradine aumentò dalle case che si davan di spalla a quelle rare che erano discoste le une dalle altre e tra esse, dai vicoli circostanti, vedevi la gente affrettarsi verso la dimora di Arianna. Da lì sarebbe partito il corteo in direzione della chiesa. Naturalmente, non c’era stato bisogno di inviti per le nozze; tutti gli abitanti, quattrocento e passa anime, si sentivano partecipi della gran festa e al pomeriggio avrebbero invaso il cortile della trattoria di Giovanna la guercia per gustare appieno le diverse portate del pranzo offerto dal padre di Arianna.
Circa quattro mesi dopo la diffida a Sal, quando Arianna si trovava una sera di fine agosto a conversare con le amiche, una vicina corse a informarla che sua madre la voleva subito a casa. “C’è Sal con loro,” disse questa. Camminando lentamente, Arianna raggiunse la soglia e fece in tempo a sentire le parole di sua madre, rivolte all’ospite. “Non ti preoccupare per il suo carattere, scorbutica lo è sempre stata, vedrai che cambierà, una volta sposata le passerà.” Poi, vedendo Arianna entrare, si affrettò a dirle: ”Lui deve partire per il Canada e dobbiamo fare i preparativi per il matrimonio.” Suo padre era presente ma non aprì bocca. Arianna si sentì perduta. Era ovvio che sua madre aveva vinto un’altra battaglia in famiglia. Si sentì ribollire il sangue ma si trattenne da qualsiasi commento. Che fare? Ribellarsi e fuggire di casa? Andare al nord a lavorare, a cercare un’altra vita? E con quali soldi? E poi magari, non conoscendo nessuno o non trovando lavoro, soccombere alla prostituzione per il mancato sostegno finanziario? Non c’era alternativa, non aveva una via d’uscita. Era certa che sua madre era convinta di agire per il bene della figlia e non gliene voleva; sapeva di dover accettare quell’assurda situazione suo malgrado.

Biografia
Lo scrittore Vittorino Dal Cengio si trasferì in Canada nel 1977, motivato dal suo spirito di avventura dopo il suo servizio militare nehli Alpini. Durante gli anni ’80 ha pubblicato diversi libri sul tema dell’ alpinismo sulle Dolomiti e articoli e racconti per una rivista e per giornali italiani in Canada. Dopo un intervallo di qualche anno, nel 2008 ha ripreso a scrivere libri, questa volta sulla storia sociale. Ha pubblicato sei volumi negli anni recenti, fra i quali On the Devil’s Tail: In Combat with the Waffen SS on the Eastern Fron (1945) and with the French in Indochina (1951-54) , e i recentissimi Come niente fosse e Il Moroso della Rissa. Già Presidentre della Sezione A.N.A VANCOUVER, Ha conseguito diversi diplomi tecnici dall’Italia e un BA (laurea in francese, storia, scienze politiche) presso l’Università Simon Fraser.

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