Mia Madre

And then I realized when you look at your mother, you are looking at the purest love you will ever know
Nich Albom ‘For one more day’

Entrava di tanto in tanto nella mia stanza e silenziosa, veniva a sedersi a fianco a me mentre io leggevo o scrivevo. Mi guardava con uno sguardo bonario e implorante e mi diceva: “Osva’ tu non mi vuoi piu’ bene.” Io restavo taciturno. Non volevo che mi trattasse come un bimbo delle scuole elementari. Ormai ero giovane e gia annoiato della vita. La vedevo trattenersi ancora al mio fianco quasi ricerscasse l’origine di quel mio distaccamento, nel suo meditare che faceva quando non le rispondevo. Il viso atteggiato a un risentimento pacato e rassegnato. Inghiottiva la saliva che le si raccoglieva in bocca con uno sforzo atroce, lento, la gola le si ingrossava e negli occhi gia’ le brillavano grosse lagrime di pianto.
“Sei ingrato, mi dicevo, non dovresti trattare mamma in questo modo; non dovresti farla piangere, non devi farla soffrire”. Ma non so, da molto tempo mi ero distaccato dal suo affetto e dall’affetto di tutti. Non riuscivo piu’ a star calmo, ed ero sempre in preda ad uno stato nevrotico assurdo e fuori luogo. Non trovavo compiacimento in nessun modo, in nessun soggetto. Mi rinchiudevo nella stanza fredda e affumicata nella quale si aggirava un odore antico di legno. Nel mio muto tormentarmi, serrato in me stesso, imprecavo contro il vivere miserando e abbietto che faceva sfondo alla mia vita.
I rimpianti per la patria lontana, l’ozio e la noia sopratutto mi tormentavano. Ma la noia da cosa dipendeva? Si, essa era la inettitudine a non saper impiegare il tempo libero, troppo tempo libero quando non c’e lavoro. Solo gli aborritori dell’esistenza, solo gli inetti si annoiano. Non c’e’ uomo piu’infelice di colui in cui nulla e’ abituale se non la noia.
Mi veniva in uggia il fare l’affettato, il lezioso o il palesare quelle moine che attribuisco piu’ ai bambini e alle donne che agli uomini.
Povera mamma. C’era in lei tanta comprensione ed una commiserazione materna la spingeva a cercar di alleviare il figlio in angustia, tanto piu’ profonda e dolce quanto piu’ mi distaccavo da lei.
“Ti ricordi, mi diceva a mezza voce, quando venivo a trovarti a Sulmona? Facevamo economia di cibo io e tuo padre e i tuoi fratelli, affinche’ potessimo pagarti il viaggio della corriera quando dovevi rientrare al collegio. Quante sere ci eravamo recati a letto in quelle notti fredde e lunghe, d’inverno dopo aver fatto cena con poche patate cotte sotto la brace. Dovevo venirti a farti visita una volta tanto; tu me lo scrivevi. Io e tuo padre venivamo a trovarti troppo sporadicamente. Sai bene che le nostre condizioni non ce lo permettevano. Se c’era qualche quattrino ne avevamo strettamente bisogno per tirare avanti e tu comprendi quanta era triste la vita lassu’, a Rocca.” Si fermava, pareva riprender fiato e di nuovo piu’ calma, piu’ commossamente riprendeva a parlare.
“Tuo padre era da tempo discoccupato. Nel paese non vi era piu’ da mettere un mattone, sebbene esso era ancora mezzo diroccato. Le annate erano magre, i raccolti scarsi e i poveri contadini non avevano da offrir nessun lavoro. Eh, il mestiere di tuo padre proprio non andava in quel paese. ‘Il muratore ti pulisce la tasca e ti sporca la casa’, cosi’ dicevano quei poveri squattrinati. Anche il Genio Civile non aveva nulla’altro lavoro da offrire a tuo padre. Quelli lassu’ a L’Aquila volevano mangiar loro. Erano cani affamati; piu’ portavi loro piu’ ne volevano, come se tuo padre non avesse sette figli da sfamare. Erano tempi di miseria. E per dirti quando venivo a Sulmona, all’orche’ apparivi nel parlatoio stretto e vuoto, in collegio, il tuo volto era irradiato di gioia e mi abbracciavi e mi stringevi forte. Oh,si, eri felice se venivo a visitarti, tutto me lo rivelava, l’impeto con cui parlavi, il modo spedito con cui camminavi quando andavamo assieme nella piazza del mercato. Il direttore ti lasciava libero il pomeriggio con me e tu dicevi che quello era l’unico tempo felice in cui ti veniva permesso uscire. Un giorno, mentre eravamo seduti su una panchina di legno nella villa di Sulmona, mi sussurrasti con pianto in gola: ‘Mamma abbisognerei di un paio di scarpe che queste che ho sono piuttosto malandate. Il direttore non vuole che si cammini sul pavimento di legno con le scarpe con i chiodi cosi’ grandi. Sembro piuttosto un povero pastore che uno studente.’ Questo mi dicesti poi aggiungesti: ‘… e anche un paio di calzoni nuovi. Tutti mi ridono indietro allorche’ passo con le natiche rattoppate. Mamma, sono cosi’ miserabile!’ Dopo qualche mese e un po’ piu’ di economia riuscimmo a mandarti anche le scarpe, grazie a Dio, e tuo fratello che appendeva a fare il sarto ti aggiusto’ i pantaloni vecchi di tuo padre, che piu’ non indossava perche’ troppo stretti.”
“Mamma; -cercavo di dissuaderla, ma non senza un tremito di soffocata indignazione, di non parlarmi oltre di quel passato tanto tristo, tanto spietato,…e’ acqua passata . Cio che e’ accaduto anni addietro non conta piu”. Ma mi ingannavo, anzi mentivo. Il passato non si cancella, esso e’ parte nella nostra vita e come tale lo teniamo in noi, incatenato in noi sotto la nostra pelle. Sapevo quale marchio esso avesse impresso nella mia coscienza in tutto il mio essere.
“Si, e’ acqua passata ripetevi io so che tu di quell’acqua ne sei imbevuto sino al collo, sino ad affogarti; una madre non s’inganna e io conosco quale importanza ha il passato per te.”
Non s’ingannava. Quanto doveva esserle penoso ma, necessario, a mia madre di parlarmi di quelle memorie agghiaccianti e velate di malinconia perche’ in cerca di potersi strappare un sorriso, uno squardo, un soffio d’affetto.

Osvaldo Zappa

Originale Scritto Ottobre 1958
Prima publicato su “Bibliosofia Canadese ” da Egidio Marchese,
1 Agosto 2010
http://www.bibliosofia.net/Canada2
BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO 2019!

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