In memoriam Mario Bernardi, 1930-2013

45153597_1258696430937290_2700985304730304512_n.jpgDi Anna Maria Zampieri Pan

Buongiorno, maestro. Tutt’intorno si parlava solamente inglese, in quel primo pomeriggio di una domenica di fine estate al Chan Centre for the Performing Arts della UBC. Numerosi ammiratori del celebre direttore d’orchestra si accalcavano per salutarlo, o solamente vederlo da vicino, durante l’intervallo di un prezioso concerto dedicato interamente a Mozart, il suo autore preferito. Mario’s Mozart era, infatti, il titolo del programma. “Buongiorno… ma lei è italiana?”. “Italiana e canadese, vivo a Vancouver… e lei…”. “Sono nato in Canada da genitori trevisani. Mamma e papà erano di Asolo…”. “Allora conosce anche la lingua veneta, io sono di Vicenza”. “Mio zio è stato vescovo di Vicenza! Don Arnoldo era fratello di mia mamma, Rina Onisto e …el xe sta el me primo maestro de musica”.
La seconda parte del concerto stava per iniziare. Le poche battute scambiate con il maestro Mario Bernardi mi avevano aperto uno squarcio di luce su un personaggio ricco di umanità e disponibile al colloquio. Da anni seguivo e ammiravo il suo straordinario impegno in campo musicale. Pur essendo spesso a Vancouver, tra l’altro è dal 1983 primo direttore dell’orchestra locale della CBC (Canadian Broadcasting Corporation), non lo avevo mai avvicinato personalmente. Da anni andavo ai concerti da lui diretti e ascoltavo alla radio le sue squisite interpretazioni di Mozart, Stravinsky, Mendelssohn, dei capolavori barocchi. Tuttavia provavo il vago timore di essere indiscreta, anche se una certa indiscrezione fa parte del mestiere di giornalista. Stavolta quel deciso anche se sommesso “Buongiorno, maestro” mi aveva portato fortuna. Infatti ci saremmo incontrati di nuovo il mese dopo, ad un altro concerto da lui diretto. Ancora durante l’intervallo, ma stavolta per una chiacchierata in camerino (una specie di semi-intervista) alla presenza di qualche amico. Altre confidenze, altre note biografiche italiane e venete. E tanta intelligente spontaneità.
“In collegio a Treviso i miei compagni mi chiamavano il figlio del padre spirituale… che era mio zio”. Più tardi suo zio divenne rettore del collegio Pio X. “Dopo la morte del papà, la mamma andò in Italia ad aiutare lo zio. Quando si ammalò dovemmo riportarla in Canada per curarla. Era nata ad Asolo nel 1904 ed è morta a Toronto circa 10 anni fa”. Che cosa straordinaria ascoltare un linguaggio così essenziale, così ricco di profonda semplicità, dal più celebre direttore d’orchestra del Canada. Mario Bernardi non mi parla della sua carriera artistica, non dice nulla delle centinaia di opere e di concerti diretti, in Canada e nel mondo, non della ricca discografia che lo riguarda, né delle numerose onorificenze ricevute. Due fra tutte: nel 1972 era stato chiamato a far parte dell’Ordine del Canada e, appena nello scorso dicembre, ha ricevuto l’ambito premio del Governatore generale per l’eccellenza nell’arte dello spettacolo (Governor’s General Award for the Performing Arts). Assolutamente singolare il suo contributo alla vita culturale del Canada: è stato ideatore e fondatore nel 1969 della famosa National Arts Centre Orchestra a Ottawa, da lui diretta per tredici stagioni e fatta conoscere nel corso di tournée musicali negli Stati Uniti, in Messico, Europa e Russia. È stato direttore artistico del Summer Opera Festival canadese: venti opere messe in scena tra il 1971 e il 1982. Possiamo appena immaginare la mole di lavoro svolto tra il debutto nel 1957 come direttore d’opera, con Hansel e Gretel di Humperdinck, e il più recente tour europeo con Cecilia Bartoli. Per non dire dell’appena conclusa stagione operistica in Alberta, dove ricopre l’incarico di Conductor Laureate della Calgary Philarmonic. All’inizio del suo curriculum artistico appaiono Un ballo in maschera e Boheme con la San Francisco Opera, e il Rinaldo al Metropolitan. Il suo repertorio operistico è enorme e comprende Auber, Beethoven, Bizet, Britten, Delius, Donizetti, Haendel, Massenet, Monteverdi, Mozart, Puccini, Rossini, Johann Strauss, Richard Strauss e Verdi.
“Hanno deciso che, come italiano, dovevo dirigere l’opera”, dice sorridente. Aveva studiato al Conservatorio musicale di Venezia dove era diventato un eccellente pianista, logica conseguenza delle prime lezioni impartitegli dallo zio prete. “Mio zio – racconta il maestro Bernardi – era un uomo di ammirevoli qualità. Non aveva mai un soldo in tasca perchè dava tutto quello che aveva ai mendicanti che lo seguivano dappertutto. Mi ricordo che quando era parroco del duomo di Treviso, il suo cappellano aveva una macchina: mio zio invece andava in bicicletta. Era un avido amatore della montagna e i nostri soggiorni a San Martino di Castrozza e in altri posti sono tra i miei ricordi più vividi e piacevoli degli anni passati in Italia, dal 1936 al 1947. Più che da zio, mi fece da padre, confidente, maestro e amico”. E di suo padre che cosa ha da dire Mario Bernardi? “Mio papà ebbe il coraggio e il genio di insistere che i suoi figli venissero educati in Italia, anche se ciò richiese enormi sacrifici per lui. Infatti visse da solo per undici anni! Si può immaginare quanto deve aver sofferto, specialmente durante la guerra, senza notizie dalla sua famiglia. È grazie a lui se oggi sono un musicista: certo, questo non sarebbe stato possibile se fossi rimasto in Canada”. Rientrato a Toronto dopo undici anni di soggiorno in Veneto, il giovane Bernardi completò gli studi al locale Royal Conservatory. Erano gli anni Cinquanta. La seconda ondata migratoria italiana si stava riversando anche sul Canada, dove i suoi genitori erano arrivati oltre vent’anni prima. “Mio papà aveva assunto la cittadinanza canadese prima di sposarsi con mia mamma ad Asolo nel 1929 – racconta ancora Mario Bernardi – perciò anche lei fu considerata canadese al momento di toccare il suolo canadese. Ergo: sono figlio di due canadesi!”.
Bernardi è sposato con la mezzosoprano lirica Mona Kelly, di origine irlandese: hanno una figlia, Julia Lisa Purdy, nata a Londra nel 1969. “Si è sposata circa due anni fa con un bravo ragazzo” informa paternamente. Aggiunge anche di avere una sorella, Clara, che “fino all’anno scorso ha lavorato al municipio di Toronto come traduttrice e interprete per i molti italiani che vivono qui”. E poi a Montréal c’è il fratello Joseph, “cinque anni più giovane di me e già in pensione. Fece carriera come ingegnere, lavorando in varie cartiere nel Quebec: ha due figli anche loro ingegneri”. È bello scoprire un tale senso della famiglia in un uomo così esposto alla vita spesso fatua di tante celebrità dell’arte e dello spettacolo. Il suo approccio umano lascia sbalorditi. Il segreto sta forse nella ricca formazione spirituale ricevuta oltre che nella consapevolezza di potersi naturalmente esprimere e quindi comunicare nel linguaggio universale della musica. Quella musica di cui non ha bisogno di parlare perché lui ne è parte inscindibile, basta osservarlo mente dirige: sembra un fine cesellatore di gioielli da far brillare affinché tutti ne godano. Nulla su di sé, nessun gesto spettacolare, solo un grande e profondo rispetto per l’autore e per il pubblico di appassionati e intenditori.
Il Maestro manifesta apertamente l’orgoglio delle origini. “Sono fiero di essere suo figlio, mi aveva detto parlando di suo padre, e fiero di essere italiano. Il mio solo rammarico è di non poter avere la cittadinanza italiana, o almeno così mi hanno detto”.
Se la legge è davvero in funzione dell’uomo perché dunque non provvedere?

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