Rudy Bonora, ritratto di un padre di famiglia

DSC_0112Di Roberto Fasciana

Incontriamo Rudy Bonora dove vive a Burnaby a casa sua sommersa in mezzo a tanto verde in una bella e chiara mattina di ottobre. Ci fa gli onori di cara assieme alla moglie Elsa che, come veniamo a sapere, nella vita di Rudy è stata una partner costante nel business e una compagna di vita che gli ha regalato due figli, Dennis e Diana. Si mostrano subito tutt’e due affettuosi. Tutti nella Comunità conosciamo Rudy, un uomo d’un pezzo, un uomo di altri tempi (classe 1936) con occhi vispi e sorridenti che ti raccontano la storia del suo tempo, il suo successo, la storia della nostra comunità di Vancouver e dell’emigrazione italiana nel mondo. Egli è un uomo di successo, e ci tiene a farcelo sapere. E riesce ad esserlo senza essere arrogante, anzi. È modesto, e anche nel suo atteggiamento alla portata di mano appare tale.
Ci fa entrare e ci porta subito sotto, nel piano terreno, che lui adibisce come museo, con centinaia di foto dove appare in tanti momenti della sua vita da solo o con altre dignitari canadesi. In uno di queste foto si trova sullo yacht di Jim Pattison durante un’escursione in mare dove il ricco magnate gli ha permesso di invitare alcuni amici e familiari per “sdebitarsi” di una dimostrazione di benevolenza. Siccome Jim era stato invitato a partecipare ad un torneo di bocce a New York, qualche tempo prima il magnate aveva chiesto a Rudy se avrebbe potuto dargli qualche lezione di bocce così che nella città americana non avrebbe proprio fatto una figuraccia. In poche parole, Rudy aiutò Jim e quest’ultimo vinse il torneo di bocce! Motivo per il quale per un giorno, assieme ai suoi invitati e allo stesso Jim Pattison, Rudy potè usare il panfilo e tutti i servizi inclusi. Un’altra intestazione anch’essa sulla parete e contro tutte le discriminazioni e i razzismi, è stata preparata dalla nipote, un collage di frasi e foto che commuove Rudy e lo rende particolarmente orgoglioso.
Sui tavoli cimeli e decine di pagine e intestazioni di altri momenti della sua vita, di libri aperti con descrizioni di lui e del suo coinvolgimento sia nella comunità italiana sia in quella canadese, spesse volte sotto forma di donazioni che, Rudy, memore delle sue fortune, ha di volta in volta elargito anche sotto forma di borse di studio alle università canadesi e per gli studenti capaci più bisognosi.
Risaliamo e la moglie, Elsa, che con gli occhi non lo lascia mai nemmeno per un secondo, ci prepara un caffè per metterci a nostro agio.
Marco Polo Allora Rudy, cos’è che l’ha spinta a venire in Canada, a Vancouver?
Rudy Bonora Be’, era il 1956, ero giovane e avevo tanta voglia di scappare il più lontano possibile. In Italia avevo imparato un mestiere e volevo dare un senso alla mia vita; in quel periodo sia il Canada che l’Australia avevano bisogno di manodopera. Io feci domanda di emigrare in tutt’e due i paesi. La risposta del Canada arrivò prima ed eccomi qui. Scelsi Vancouver perché avevo saputo che lo spettacolo della natura era particolarmente affascinante.
Purtroppo non avevo i soldi per il viaggio e mi rivolsi all’oste del paese il quale, conoscendo mio padre, me li prestò e pagai sia la visita medica che il viaggio da Napoli. Arrivai ad Halifax sette giorni dopo, e da lì presi il treno per Vancouver dove arrivai impiegando altri sette giorni, in compagnia di due valigie pesantissime! Insomma, una sfacchinata!
A Vancouver non conoscevo nessuno, ma ero determinato. La mia intenzione era quella di trovare un posto dove dormire e l’indomani andare a cercare un posto di lavoro. Sull’elenco telefonico ricordo trovai un certo Zaurini che chiamai e che, dopo avergli chiesto un posto per dormire la notte, mi mandò il figlio che mi venne a prendere con la sua auto. Arrivati a casa mi offrirono la loro mansarda.
Marco Polo Cosa fece subito dopo?
Rudy Bonora L’indomani mi misi subito alla ricerca di un lavoro e mi imbattei nella Boyles Brothers Drilling Company, una compagnia che produceva punte (bits) di diamante da perforazione del sottosuolo. Io mi ero presentato come saldatore, ma loro volevano un meccanico capace di usare i macchinari per la produzione dei bits. L’Interista fu una commedia comica. Il manager che mi intervistava non capiva l’Italiano e io non capivo l’inglese. Venne chiamato un italiano meridionale che, nonostante cercasse di tradurre, non capiva il mio dialetto e probabilmente traduceva quel che dicevo con significati diversi da quelli da me espressi. Insomma, alla fine il responsabile mi mise alla prova e per me, abituato in Italia a lavorare senza macchinari, fu “a piece of cake”, una passeggiata. Incominciai con una paga di $1.25 al giorno e da lì incominciò la mia avventura lavorativa canadese.
Ho lavorato per la Boyles Brothers Drilling Company per 13 anni, reperibile 24 ore al giorno, spesse volte chiamandomi di sabato o domenica per problemi che soltanto io potevo risolvere, problemi che andavano oltre il piano di lavoro normativo che avrebbero limitato la produttività e che invece, col mio intervento, con la mia esperienza, era sempre superiore alle norme. Dopo quel periodo, per questioni economiche che riguardavano il costo del lavoro (ad Orillia era di meno), la compagnia si trasferì nell’Ontario, dove andai per sei mesi (lasciando la famiglia a Vancouver). Durante il mio periodo lavorativo con la Boyles Brothers, se avessi voluto avrei potuto ottenere qualcosa di più. Infatti, dopo quattro anni mi fu offerta la posizione di capo officina, ma rifiutai in favore di un altro operaio che ritenevo anch’esso capace. Io mi presi cura dell’organizzazione del lavoro.
A quel punto, grazie alla mia esperienza lavorativa, sentii la necessità di mettermi in proprio, di creare la mia compagnia. Dopo averne parlato in famiglia, Elsa, mia moglie, mi trovò d’accordo, e anche lei diventò parte produttiva della mia prima compagnia che, assieme ad altri miei colleghi di lavoro della Boyles Brothers, mettemmo in piedi: essa era la Westdrill. Purtroppo, durante quel periodo fui chiamato in Italia dove fui chiamato per le gravi condizioni di salute di mia madre. Durante il mio soggiorno in Italia qualcuno un po’ furbetto, che lasciai in carica della compagnia, a mia insaputa comprò la maggioranza del pacchetto azionario. Ritornato a Vancouver presi atto del cambiamento azionario e decisi di vendere la mia parte rimanente.
Venuto a conoscenza di questa triste vicenda, la JK Smith di Toronto mi chiamò per offrirmi una posizione manageriale nella nuova sede che aveva deciso di aprire a Vancouver.
Ancora una volta d’accordo con mia moglie Elsa, la quale mi è stata sempre fedele, iniziai la mia nuova esperienza. Dopo un mese entrammo in produzione e dopo due anni avevamo 70 operai. Ho lavorato per la JK Smith fino al 1990, quando decisi di mettermi di nuovo in proprio. Quell’anno infatti creavi una nuova compagnia, tutta mia, la Ruden Manufacturing, che nel 1992 trasferii a mio figlio. Oggi è una ben stabilita compagnia dove anche mio nipote adesso lavora col padre seguendo le orme del nonno.
Marco Polo Come si è trovato coinvolto con il Centro Culturale Italiano e con la Confratellanza Italo-Canadese?
Rudy Bonora Quando arrivai a Vancouver il mio primo contatto di un certo rilievo fu Padre Della Torre del Sacro Cuore, che fungeva anche da Centro Culturale Italiano.
Dopo qualche mese feci arrivare Elsa, la mia fidanzata, che lasciai in Italia. Nel 1957 Padre Della Torre ci sposò e dopo quattro anni mi fece conoscere il giudice Angelo Branca, allora una persona assai rispettata e rinomata sia in Canada che nella comunità italiana di Vancouver. Il quale mi suggerì di fare parte della Brotherhood Interfaith Society. Per iscriversi bisognava però avere la cittadinanza canadese, che non avevo ancora ottenuto. Vedendo l’impasse, il giudice Branca lo superò subito e dopo due settimane diventai canadese!
Da quel momento diventò naturale che io fossi coinvolto con la comunità italiana. Nel 1966, con il motto “Uno per tutti tutti per uno”, nacque la Confratellanza Italo-Canadese, che raggruppava le quattro associazioni originarie: i Figli d’Italia, la Veneta Benevolent, la Società Italo-Canadese e il Circolo Meridionale.
Per motivi futili, di incomprensione, quando venne costruito il Centro Culturale Italiano non ci fu molta comunicazione tra le due rappresentanze italiane. Ma tre anni dopo tuti i malintesi vennero risolti e incominciò la collaborazione che ancora dura tutt’oggi.
Marco Polo Cosa vuole dire oggi ai giovani italiani di oggi?
Rudy Bonora Sin dall’inizio del mio arrivo a Vancouver, oltre 62 anni fa, mi sono trovato coinvolto nella comunità italiana, e quello spirito non è venuto mai meno. Il mio motto è quello di aiutare i più poveri, coloro che per emergere hanno bisogno una mano d’aiuto.
Attraverso molto volontariato, donazioni, fundraisings e borse di studio penso di avere contribuito a migliorare le sorti di molte persone bisognose. Anche l’associazionismo mi ha aiutato tanto.
La famiglia, che ho sempre amato profondamente, è il valore più alto che un essere umano possa raggiungere.
La ricchezza di quel valore, che penso di interpretare in tutta la sua profondità, è il dono più importante che ho sempre portato con me. Senza mai dimenticare un altro valore anch’esso assai importante che è quello dell’amicizia. Molti dei miei amici oggi non ci sono più, ma debbo ringraziare anche loro se oggi sono la persona ricca che mi sento di essere.

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