La memoria di Marcinelle un specchio per guardarci

L’8 agosto di sessantadue anni fa accadeva in Belgio una delle più grandi tragedie della storia dell’emigrazione e del lavoro italiana: in una miniera a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, in Vallonia, in un incidente persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani.
In questi tristi tempi dominati da parole d’odio, di razzismo, di fascismo, di disprezzo del lavoro, ricordare quella tragedia che accomunò nel dolore un intero paese, dal Veneto alla Sicilia, è utile e ancor più doveroso, non solo per il rispetto che si deve a quelle persone e alle loro famiglie, ma soprattutto perché la memoria è lo specchio più solenne nel quale può riflettersi una civiltà per capire se il tempo ha contribuito a migliorarla o a imbruttirla e incattivirla, come pare dimostrino le cronache di questi mesi all’insegna del sovranismo.
Non era assai diversa dall’odierna immigrazione quella degli italiani che immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale lasciarono i propri paesini poveri, distrutti dalla guerra e afflitti dalla fame e dalla disoccupazione, per inseguire il sogno di un lavoro sicuro e ben retribuito, come avevano letto in accattivanti manifesti rosa affissi in ogni angolo d’Italia.
Era stato proprio il governo dell’epoca a invitare i nostri connazionali a emigrare. L’Italia aveva molti disoccupati e scarse risorse nel sottosuolo; il Belgio, viceversa, aveva un’industria rimasta intatta dopo il conflitto, grandi riserve di carbone ma penuria di manodopera. L’esito appariva scontato: uomini da spedire in miniera in cambio di carbone a prezzo di favore.
Così, subito dopo il 1946, cominciarono a partire per il Belgio pastori, braccianti, braccia che neanche sapevano o capivano che lavoro avrebbero dovuto fare. Dovevano affrontare un viaggio lungo, specialmente quelli che venivano dal Sud. La prima meta di tutti era Milano dove, dopo accurati controlli medici, venivano caricati su treni speciali in vagoni merci. Il viaggio che durava diversi giorni era estenuante.
E non ci furono solo regolari, ma anche molti clandestini che, attraverso vari stratagemmi, venivano poi regolarizzati. Ne ha ricostruito i particolari di questo aspetto e più in generale della tragedia Toni Ricciardi nel volume Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, edito da Donzelli.
L’accordo con il Belgio prevedeva l’invio di 2.000 minatori a settimana per raggiungere la cifra di 50.000. Alla fine del 1955, i minatori italiani in Belgio erano 180.000. In buona parte, i nostri connazionali vennero alloggiati in baracche di un ex campo di concentramento nazista, fino al 1953 sprovviste di luce, acqua e gas. Ma non era questo l’aspetto peggiore.
Ben più terribile era il lavoro che li attendeva e del quale non erano stati per niente preparati: fino oltre i mille metri di profondità per spalare carbone. In molti, dopo il primo giorno di lavoro volevano smettere, ma ciò comportava, da contratto, l’arresto e la reclusione e in cella il vitto era così scarso che la fame li costringeva a scendere nuovamente nel sottosuolo. A ciò si aggiunga il disprezzo e l’ostilità di una parte consistente della popolazione belga che accusava gli italiani di rubare loro il lavoro e li aveva apostrofati in modo denigratorio con il termine “macaronì”.
Sfruttamento oltre i limiti, condizioni di lavoro terribili, alloggi inospitali, clima di ostilità. Non era bello essere un minatore italiano in Belgio negli anni cinquanta. Alle dure condizioni di lavoro era abbinata la scarsa attenzione per la sicurezza dei lavoratori. Secondo le cifre ufficiali, dal 1947 al dicembre del 1955, per vari incidenti, c’erano stati 1.164 morti di cui 435 italiani. A ciò si aggiungano i morti non per incedenti ma per malattie dovute al lavoro come la silicosi. Insomma, l’operaio era davvero l’ultimo anello della catena e la sua vita valeva meno di niente.
La pretesa di estrarre carbone fino all’inverosimile e la scarsa attenzione per la sicurezza furono all’origine della tragedia che si consumò l’8 agosto del 1956, poco dopo le 8 del mattino, nella miniera di Le Bois du Cazier, nei pressi di Marcinelle, dove i primi pozzi di carbone vennero scavati oltre un secolo prima. Con ogni probabilità, un errore di comunicazione causò un cortocircuito da cui scaturì immediatamente un incendio alimentato dai ventilatori che spinsero il fumo fino ai 975 metri sottoterra dov’erano rimasti 275 minatori.
Immediatamente colleghi e soccorritori si attivarono per cercare di salvare qualcuno, ma la situazione era disperata. I soccorsi durarono diversi giorni, mentre donne, bambini e amici si erano portati in dignitoso silenzio intorno ai cancelli della miniera, certo per sperare di rivedere un proprio caro, ma anche per manifestare la propria rabbia nei confronti di un sistema che li aveva sfruttati e, con l’illusione di una vita migliore, condotti alla morte. Meritano, a tal proposito, di essere menzionate le toccanti testimonianze raccolte da Paolo Di Stefano nel volume La catastròfa: Marcinelle 8 agosto 1956, pubblicato da Sellerio.
La macchina dei soccorsi si interruppe il 22 agosto quando un soccorritore risalendo spense ogni residua speranza esclamando un agghiacciante “Tutti cadaveri”.
Ci sono tante cose che accomunano la tragedia di Marcinelle al dramma attuale dell’immigrazione, dalle condizioni di lavoro difficili all’odio nutrito verso di loro, dalla scarsa attenzione per la sicurezza al disprezzo della loro stessa vita. Entrambe, soprattutto, ci dicono che il lavoro e l’immigrazione stanno dalla stessa parte nel conflitto contro il capitale.
Una verità che una certa sinistra pare aver smarrito. Per tutti gli altri, l’esercizio della memoria valga come un doveroso avvicinamento verso la civiltà, dopo la barbarie di queste ultime settimane.

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