In ricordo di Adriana

Adriana fotoDi Anna C. Foschi

“Venite a trovarci, prendiamo un caffé. Stiamo in quella casa all’ angolo, quella con l’ ellero1.” Così, all’ inizio degli anni ’80, quando ero appena arrivata a Vancouver, cominciò la mia amicizia con Adriana Michelacci Carli e la sua splendida famiglia, una amicizia profonda, mantenuta durante gli anni, attraverso gli alti e bassi nello svolgersi delle nostre esistenze. Questo legame non è finito, non finirà mai anche se l’ultimo saluto ce lo siamo scambiato in quella stanza del St. Paul’s Hospital dove lei era ricoverata da settimane. Io cercavo di distrarla parlando di cosa avremmo potuto fare quando lei sarebbe tornata a casa in convalescenza e tutte e due facevamo finta di crederci. Ma quella mattina lei mi richiamò mentre stavo già avviandomi alla porta. Mi strinse la mano, ci guardammo per un lungo momento, senza parole. Non l’ avrei più rivista. Pochi giorni dopo, il 27 giugno 2018, Adriana si incamminò per il suo ultimo viaggio.
Era nata a Vallico, in provincia di Lucca, il 27 aprile 1942. Dopo una esperienza di immigrazione in Belgio dove la sua famiglia si era trasferita quando lei era bambina, si era stabilita a Vancouver all’ inizio degli anni ’60, e aveva conseguito titoli di studio compreso il diploma di Early Childhood Education. Ben presto si era affermata e si era guadagnata molta stima nella sua professione di assistente sociale presso il Ministry of Social Services, come era allora chiamato. Tanti aggettivi vengono alla mente pensando ad Adriana: coraggiosa, indomita, generosa, altruista e molti altri ancora, ma per me quello che la descrive meglio è “luminosa.” Il suo innegabile carisma nasceva dalla sua profonda bontà d’animo, dalla sua disponibilità ad aiutare gli altri. In maniera sommessa, senza fanfare e vanterie, Adriana ha cambiato tante vite, ha acceso tante speranze, ha consolato tanti dolori, ha vissuto una vita feconda, ricca di interessi, sempre sostenuta dalla sua costante curiosità intellettuale, dalla sua aspirazione ad approfondire la conoscenza, a esplorare, a fare della sua esistenza sia un viaggio metaforico nel mondo del sapere sia un viaggio reale che l’ha portata a contatto con tantissimi paesi e culture diverse. Dotata di una energia senza fine, amava la natura, scalava montagne, si inerpicava per sentieri perigliosi, viaggiava avventurosamente in paesi lontani dove forse altri si sarebbero sentiti malsicuri, ma lei la vita la voleva assaporare fino in fondo senza lasciare niente di intentato, non voleva coltivare nessun rimpianto per sfide non accettate. Qualche volta mi faceva venire in mente un verso della canzone di Vasco Rossi: “…voglio una vita che non è mai tardi/Di quelle che non dormono mai…” e pensavo che io e lei non potevamo essere più diverse eppure riuscivamo a completarci a vicenda.
Adriana era una forza della natura ma era anche una donna-donna, che sapeva onorare le tradizioni, sapeva essere un forte riferimento per famiglia e amici, sapeva imbandire epiche tavolate natalizie e coltivare l’orto ricavandone magnifiche verdure.
Conosceva le antiche arti femminili: mi ricordo che tanti anni fa, alla vigilia di Halloween si mise alla macchina da cucire e confezionò in pochi minuti un bel vestitino da strega per mia figlia bambina. Fino all’ ultimo si prodigò nel volontariato, assistendo famiglie italo-canadesi in difficoltà, mettendo la sua esperienza al servizio di chi aveva bisogno di trovare conforto e equilibrio. Fu co-fondatrice della Italian-Canadian Family Counselling Society e volontaria presso Villa Carital, fra le tante altre opere di generosità di cui la sua vita fu disseminata.
La chiesa di St. Stephen’s a North Vancouver era piena di gente il giorno del funerale. Molti non riuscivano a trattenere le lacrime.
l figlio Marco lesse una bella rievocazione della vita di Adriana. Dopo il servizio funebre, i figli Marco e Linda, la sorella Nadia e gli altri famigliari accolsero gli amici nella sala della Parrocchia. Alle pareti, avevano preparato e appeso grandi collages di fotografie: Adriana sulla vetta di una montagna, lei e il suo compagno Iohannes in viaggio in Egitto a dorso di cammello, e altre immagini di tanti viaggi compiuti e tante parti del mondo visitate, lei sempre col suo sorriso che iniziava a irradiarsi dall’ azzurro dei suoi occhi, quel sorriso che nemmeno la malattia che l’aveva devastata e confinata in un letto d’ospedale era riuscita a spengere, quel sorriso che chi l’ha conosciuta continuerà a ricordare e ritroverà nella bellezza di un tramonto o nella quiete verde della foresta.

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