Il prezzo della felicità per il Nord Europa

Aspettative di vita, ambiente, lavoro, infrastrutture, scuole, ospedali e sicurezza sociale. Sono alcuni dei parametri presi in considerazione dal World Happiness Report, il documento stilato dall’Onu in occasione della Giornata mondiale della felicità che, dal 2012, ogni anno il 20 marzo ci racconta in quali Paesi al mondo si è più “felici”.
La felicità scandinava
Il podio, anche per il 2018, è tutto del Nord Europa con la Finlandia che ha scavalcato Norvegia, Danimarca e Islanda, seguite da Svizzera, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Svezia e Australia.
L’Italia è solo quarantasettesima anche se in risalita (nel 2015 era cinquantesima), chiudono la classifica Sudan, Repubblica centro-africana e Burundi. La parola d’ordine per determinare la classifica è: inclusione. Ai Governi l’Onu ha chiesto: “Un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone”.
Parametri perfettamente rispettati dalle teste di serie del report dove il rapporto tra sacrifici chiesti ai cittadini e risposte dalle amministrazioni è 1 a 1.
L’Observer, a proposito della Svezia, scriveva: “La Svezia è un Paese dove la pressione fiscale è al sessanta per cento, ma tutti sono felici di pagare le tasse”. La Finlandia, poi, ha il sistema scolastico più all’avanguardia del mondo, in Islanda la parità di genere è un fatto reale e le strade svedesi sono le più sicure del pianeta.
Il lavoro c’è per tutti, gli stipendi sono elevanti, esiste il congedo parentale paterno per addirittura un mese e il servizio sanitario nazionale paga l’assistenza domiciliare agli anziani nelle loro abitazioni.
Un mondo (quasi) perfetto
Tutto bello, tutti (quasi) perfetto. Perché esiste un’altra faccia della medaglia del Truman Show scandinavo.
La Danimarca, per esempio, è il Paese al mondo dove vengono prescritti più antidepressivi (lo dice l’Ocse) e la Groenlandia ha un tasso di suicidi 24 volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Questione di chimica, secondo qualcuno. La scarsa esposizione alla luce del sole non permette di sviluppare vitamina D e B12 essenziali per il buon umore e l’assenza di serotonina contribuisce al male di vivere scandinavo.
C’è poi una questione geografica che si traduce in problema sociale: Danimarca, Norvegia, Svezia per non parlare della Groenlandia e dell’Islanda hanno grandi estensioni territoriali con una scarsa densità di abitanti per chilometro quadrato.
La solitudine del Nord
In pratica nel Nord Europa incontrare altri esseri umani non è così scontato e questo si traduce in un senso di grande solitudine e visto che l’uomo, fino a prova contraria, è un animale sociale, il troppo tempo trascorso da soli non fa bene all’umore e all’equilibrio mentale.
La Danimarca, per esempio, è il Paese al mondo dove è più difficle fare amicizia mentre in Svezia tre appartamenti su cinque sono abitati da una sola persona e una persona su dieci muore senza aver alcun parente. Anche il numero di persone che partecipano ai funerali è più basso che nel resto dell’Europa (49 persone per ogni funerale europeo contro le 24 in Svezia). Si vive soli, si muore soli e si nasce soli. La Danimarca è il Paese dove le donne più spesso ricorrono alla fecondazione assistita per creare famiglie monoparentali e il 45% della popolazione vive sola.
Il lato “oscuro” della felicità
Il lato oscuro della “felicità” scandinava è anche legato all’uso di eroina con la Norvegia che fa da capolista al triste primato. Il pacificissimo Nord Europa è quello con il più elevato tasso di strupri e omicidi del continente. La Svezia è il secondo Paese al mondo per numero di violenze sessuali (52,3 ogni 100.000 abitanti) preceduto solo dal Lesotho, nell’Africa del sud, che registra 91,6 abusi sessuali ogni 100 mila abitanti. La Finlandia ha il primato europeo degli omicidi e la media dei suicidi è doppia rispetto a quella europea. La gente si sente sola e va in black out: i ragazzini escono dal nido molto presto e vengono mandati a studiare lontano da casa, i legami parentali sono scarsissimi, la gente parla poco e i locali la sera chiudono presto mentre l’estetica istituzionale preserva il suo senso del bello e del (quasi) perfetto. Ma l’essere umano proprio con quel “quasi” ha bisogno di confrontarsi, di imparare a cavarsela da solo, di ridere delle avversità della vita. Forse Italia, Spagna o Grecia non saranno i Paesi più “felici” al mondo, ma con la loro voglia di far festa, le tavole apparecchiate, le famiglie generose, i mille problemi e contraddizioni da superare giorno dopo giorno sono di sicuro i più “allegri”.

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