Italia in vendita

Di Manuela Milazzo

Era il 7 settembre 2017 quando sul New York Times lessi l’articolo a firma della giornalista Deborah Needleman il cui titolo era: Who will save these dying italian towns. Pur divorandolo letteralmente l’articolo, per l’argomento trattato non colsi subito la portata del fenomeno che ne emergeva, ossia, lo stato di abbandono in cui riversano, moltissimi borghi e paesi su tutto il territorio del nostro Paese. L’articolo di cui detto ha letteralmente scosso il mio interesse una volta rientrata in Italia dopo una permanenza di quasi tre anni in Canada. Ciò che mi ha colpito è stato il fatto che la notizia in Italia non ha provocato il minimo battito di ciglio, né da parte delle istituzioni centrali, né dagli enti pubblici e territoriali. Nulla. Non un fievole commento tale da poter permettere, quanto meno un dibattito, un trafiletto su un giornale, una notizia al telegiornale o un approfondimento televisivo. Sembra proprio che la notizia sia passata inosservata, inascoltata, o, molto probabilmente, non sia passata affatto. Silenzio solo silenzio come quello che lentamente avvolge di noncuranza tutti quei bellissimi artefatti storici che rappresentano lo specchio di un Paese, il nostro Paese, e che, a mio avviso, andrebbero meglio tutelati, riscoperti, rivalorizzati. Secondo un rapporto dell’Associazione Ambientale Italiana del 2016, ci sono quasi 2.500 villaggi rurali sparsi sul territorio che, ad oggi, riversano in situazioni penose. Vi sono paesi spopolati, moltissimi in fase di semi-abbandono, altri sono veri e propri paesi fantasma. Per fare un po’ di luce sul mistero che avvolge questi paesi-fantasma, la maggior parte dei quali si trovano nel Sud Italia, da secoli storicamente impoverito, dobbiamo andare a ritroso nel tempo e ricercarne l’origine in tutti quei fenomeni che hanno caratterizzato gli inizi del secolo XIX e protrarsi fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso. Il tasso di povertà critico nel Sud dell’Italia, le grandi urbanizzazioni e l’industrializzazione delle città del Nord, la naturale tensione ad una vita migliore all’interno dei grandi centri del Nord, la speranza di trovare un lavoro che garantisse un tenore di vita degno, ma impensabile se si restava. Tutti questi fattori sociali hanno creato una confluenza di eventi tali, che il risultato è stato quello di devastare quei luoghi. Case, scuole, terreni agricoli si svuotarono della loro gente; sobborghi e interi paesi persero i loro artigiani, i loro mercanti e tutte quelle tradizioni che da sempre avevano reso l’Italia un Paese unico al mondo. Non è utopico pensare che ciò che rischiamo di perdere a causa del disinteresse verso questo problema non è altro che l’anima rurale e artigiana, ovvero, la colonna portante del nostro Paese, famoso in tutto il mondo per le ricchezze che la terra e il clima riescono a fornire. Ciò che ci rende unici, è il fatto di esportare prodotti non solo industriali ma sopratutto artigianali.
Vigneti, frutteti, allevamenti non hanno pari al mondo per genuinità e qualità. È quindi sottinteso che preservare queste porzioni di Italia significa preservare la storia del nostro Paese nelle sue tradizioni e identità. E siamo al limite dell’assurdo se si pensa che un pittoresco borgo in Toscana, Pratariccia, non molti anni fa, è stato venduto in asta su eBay per $ 3.100.000 milioni di dollari! Altro esempio il paesino di Calsazio, questo si offrì al pubblico per soli $ 333.000 elencando fra le condizioni dell’oggetto in vendita la parola “usato”. Spostandoci nel meridione, sullo sfondo di una strada oggi impercorribile, si staglia, nella sua solitudine, la città di Sutera, costruita ai piedi di una ripida montagna. Gli abitanti di Sutera nel 1970 erano circa 5.000 per passare, in poco tempo, a 1.500 soltanto. Nel 2013 su volontà del sindaco si aprirono le porte della città ai sopravvissuti del catastrofico naufragio di Lampedusa, ed ebbero riconosciuta l’opportunità di integrarsi con i pochi abitanti di quella città moribonda. Su questo esempio ricordiamo quella che fu una delle prime città a invitare migranti all’interno delle proprie mura, la città calabra di Riace il cui sindaco, Domenico Lucani, nel 2016 ebbe dalla rivista Fortune il prestigioso riconoscimento di essere uno dei 50 migliori e più importanti sindaci al mondo. Nel 1998 la popolazione di Riace era scesa da 2.500 dopo la seconda guerra mondiale a circa 800 anime. Ai gironi nostri la sua popolazione è risalita a circa 1.500 abitanti grazie all’ospitalità accordata a molti immigrati – la maggior parte rifugiati di origine curda.Molti di questi rifugiati, in seguito a dei processi di integrazione e sviluppo della città, oggi sono diventati apprendisti e artigiani, hanno imparato vecchie abilità come l’arte del ricamo, dei mosaici della lavorazione del vetro e della ceramica.
Il multiculturalismo, ha dichiarato il sindaco Domenico Lucano intervistato dalla BBC, la varietà di abilità e storie personali dei nuovi ospiti hanno rivoluzionato la vita di quella che stava diventando una città fantasma.
Per cui un semplice atto di umanità diventa, anche, atto di autoconservazione e rilancio.
In contrapposizione a questo fenomeno sorge spontanea la considerazione che se da un lato il nostro Paese è sempre in prima linea nell’accoglienza verso i migranti, dall’altro lato è uno dei Paesi con il più alto tasso di migrazione giovanile.
Il problema riguardo i borghi e le città che in Italia riversano in stato di abbandono (o quasi) è quindi a doppio senso. Perché, se da un lato dovremmo impegnarci a preservare ed a tutelare la nostra cultura e la nostra storia, dall’altro assistiamo inermi ad una migrazione di giovani Italiani che cercano all’estero un’opportunità di lavoro, sopratutto in quello che è il settore turistico e alberghiero. Dare ai nostri giovani l’opportunità di imparare un mestiere e di contribuire a mantenere vive le tradizioni del nostro paese significa rendere omaggio alla nostra storia e dignità ai giovani.
Il paradosso è che in Italia abbiamo quello che nessun altro al mondo ha, ossia la bellezza di questi villaggi e la storia culturale legata a quella della sua gente, e se non lo roviniamo, può essere ciò che salverà l’Italia meridionale. Dovremmo ripartire da una riscoperta del territorio, recuperarne la memoria. Ed è proprio dallo svuotamento delle città al Sud che si potrebbe ripartire. Vorrei tenere presente che, in Italia, molti dei villaggi che riversano oggi in stato di completo abbandono, si trovano di poco appena fuori dalle grandi città, il che li renderebbe delle ottime mete turistiche e dei luoghi ideali nel quale immergersi nel paesaggio tipico della regione, rivalorizzando il territorio, creando un nuovi centri abitativi, ripopolando di case e negozi sullo scenario caratteristico di questi paesini dal carattere tipico di un’ Italia antecedente alle grandi migrazioni, ottenendo così un rientro sia dal punto di vista culturale, sia naturalistico, sia economico che turistico. A tal proposito vorrei sottolineare il disegno di legge nato dalla proposta della senatrice del M5S Ornella Bertorotta, il quale propone un “auto-recupero degli immobili abbandonati”. Il testo prevede infatti di recuperare migliaia di immobili, pubblici e privati, che riversano oggi in stato di abbandono e quindi disabitati, dando così un contributo importante all’emergenza abitativa che dilaga nelle città, da una parte, e che permetterà dall’altra di recuperare il patrimonio edilizio inutilizzato. Il provvedimento, stabilisce una serie di norme per favorire la pratica dell’auto-recupero, rivitalizzando così i quartieri abbandonati e recuperando una parte preponderante del patrimonio edilizio italiano senza consumare un metro quadro di superficie in più rispetto ad oggi.
La legge comprende non solo tutti quegli immobili disabitati che si trovano all’interno delle città, ma si estende anche in tutte le zone rurali del paese. L’idea di fondo è quella di riportare il paese ad avere una presa di conoscenza verso il proprio territorio. Riguardo il fenomeno migratorio dei giovani la senatrice aggiunge: Abbiamo 100 mila ragazzi che lasciano l’Italia, anche perché non hanno una casa, o un futuro lavorativo. Garantire loro un luogo dove vivere potrebbe trattenerli sul nostro territorio, ripopolando allo stesso tempo i quartieri abbandonati delle città italiane.
Quello dei borghi abbandonati d’Italia è un mondo in attesa, dove, con un po di impegno, si può ancora respirare l’atmosfera del passato e dove si può riscoprire il rapporto con la natura, valorizzando il nostro territorio ed è nostro dovere tutelare la nostra storia, preservarne la memoria e da questo creare un futuro.

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