Sipario alzato al QET su una spettacolare, risplendente Turandot

Delle opere di Giacomo Puccini, Turandot è forse la più sinistra, centrata come è sulla spietatezza della principessa che, quasi un profetico emblema o prototipo delle femministe più radicali e fanatiche, per vendicare la lontana uccisione di una sua antenata si diletta nel mandare al patibolo gli incauti ( e alquanto stupidi) pretendenti alla sua mano.
Le fa da contrapposto l’ottimismo fiducioso nella potenza dell’amore e la baldanza del principe Calaf che rischia sì di brutto la sua vita ma alla fine riesce a conquistare la principessa crudele, con un finale rosa stranamente contrastante con la cupa drammaticità del libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni rivestito dalle note di Puccini.
Fu l’ultima sua opera, e la lasciò incompiuta. Franco Alfano terminò la partitura, come è noto, in tempo per la prima alla Scala nel 1926. L’edizione della Vancouver Opera, curata dal coreografo/direttore di scena Renaud Doucet, riporta ai fasti e agli splendori dei grandi allestimenti operistici classici, sia pure con un potente tocco contemporaneo di giochi di luci e con una scenografia ricca, rutilante ma anche visualmente ispirata e densa di significato, con i grandi circoli concentrici, l’ arco luminoso, e, nel primo atto, le stilizzate teste mozzate e sanguinanti dei principi giustiziati per non aver saputo rispondere ai tre indovinelli di Turandot. I costumi fastosi dai colori vividi sono anch’ essi parte della reinvenzione di un Oriente inesistente quanto fascinoso come lo immaginavano Puccini e le folle di appassionati d’opera dell’ epoca, ma nel complesso la vera chiave di successo di questa Turandot sta nell’ avere non soltanto avuto il coraggio di usare scene e costumi spettacolari come nelle produzioni del passato ma di avervi aggiunto un tocco di autoironia, particolarmente evidente con I tre dignitari, Ping, Pang e Pong, che sotto le vesti da funzionari imperiali celano tutine fantasiose stile Walmart. Gli interpreti sono giovani, bravissimi e appassionati. La soprano californiana Amber Wagner si impone come Turandot fin dal primo momento per la sua potenza e volume vocale, il timbro squillante e caldo. Il tenore argentino Marcelo Puente (Calaf) ha una voce pastosa e calda che gli ha consentito di navigare sicuro la celebre Nessun dorma anche se nell’ acuto finale ha dovuto un pò lottare per non farsi sovrastare dall’ orchestra, ma un bell’ applauso a scena aperta ha dimostrato quanto il pubblico lo ha apprezzato.
Liù, la schiava che ama da sempre in segreto il suo principe Calaf, ha trovato una interprete sensibile e comnmovente nel soprano Marianne Fiset. Il Basso Alain Coulombe nel ruolo del deposto re Timur è semplicimente impressionante sia per l’ interpretazione vocale che per la sua abilità di attore nel calarsi nei panni del vecchio monarca cieco ridotto a vagabondare.
Un tocco di levità, un intermezzo scintillante e leggero viene dato dalla performance del baritono Jonathan Beyer (Ping) e dei due tenori Joseph Hu (Pong) e Julius Ahn (Pang).
La direzione musicale del Maestro Jacques Lacombe è attenta a fare risaltare la brillantezza della partitura e a esaltare la sonorità dei gruppi strumentali, archi, fiati, percussioni, agilmente montando tempeste sonore nei crescendo e sapientemente attenuandosi quando entrano in gioco melodie più intimiste e strumenti come xilofono e strumenti a fiato.
Si replica fino al 22 ottobre al Queen Elizabeth Theatre di Vancouver.
Di Anna Ciampolini Foschi

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