Dalida, successo e tragedia di una grande diva della canzone

Di Anna Ciampolini Foschi

Trenta anni dopo la sua tragica morte, il film di Lisa Azuelos presentato al VIFF ripropone aspetti della vita della celeberrima cantante italo-egiziana-francese Dalida. Se c’è una osservazione da fare a proposito di questa biografia filmata, è proprio quella di essere concentrata esclusivamente o quasi sulle molte e infelici relazioni sentimentali della cantante e i rapporti con la sua famiglia di origine, mentre di certo Dalida , considerata una delle tre più influenti figure della musica leggera del ventesimo secolo, insignita di un numero incredibile di alte onorificenze da parte dei governi di tutto il mondo, era anche una donna abituata a vincere, e doveva certo essere una accorta amministratrice del proprio successo, delle proprie scelte di carrier e di gestione del proprio patrimonio e imagine. Per quanto il film di Azuelos, che si è avvalsa della collabiorazione di Orlando, fratello di Dalida, raggiunga momenti di grande impatto emotivo, si limita a mostrare la vulnerabilità, la fragilità interiore della diva, forse anche calcando un poco troppo la mano.
La storia viene narrata attraverso una serie di flashbacks attraverso i punti di vista delle persone che le furono più vicine e gli squarci di memoria della stessa Dalida, dalla sua infanzia infelice in Egitto, dove era nata da una coppia di immigrati calabresi nel 1933 (si chiamava infatti Jolanda Gigliotti) fino ai trionfi sui palcoscenici mondiali. Anche nelle sue interpretazioni di melodie ritmiche e vivaci come ad esempio Besame Mucho, nella voce di Dalida si avvertiva sempre un’ ombra di dolore, come una predestinazione alla tragedia, l’eco di una invincibile malinconia. Nella colonna sonora del film sono ovviamente inseriti quasi tutti I suoi leggendari successi. Trasportata anche io sull’ onda dei ricordi, ho a casa riascoltato una vecchia e bella canzone, Bang Bang, che con il titolo My Baby Shot Me Down già era stata interpretata da Cher e da Nancy Sinatra, ma la versione di Dalida resta quella più struggente, più inquietante. Suprema nell’ interpretazione di ballate sentimentali, si cimentò anche con testi e musiche introspettive e impegnative in cui seppe trasmettere tuttao il suo pathos. Gran parte della forte presa emotiva del film deriva dalla estrema somiglianza di Sveva Alviti, l’attrice che la impersona, con la vera Dalida. Alviti non ha una grande esperienza di recitazione ma è stata convincente e in alcuni momenti quasi mesmerizzante. Difficile rievocare il carisma, l’aria scontrosa e ribelle del lupo solitario Luigi Tenco, il grande amore di Dalida, e Alessandro Borghi, nella sua breve apparizione nei panni del cantautore suicida, ci riesce in parte. Riccardo Scamarcio, che io non consider un attore particolarmente espressivo, naviga anche qui abbastanza superficialmente nel ruolo del fratello-manager. Jean-Paul Rouve, un attore francese, interpreta bene il complesso gioco di sentimenti che Lucien Morisse, che aveva lanciato e sposato Dalida, continuò a nutrire per lei anche dopo il divorzio e fino al giorno,in cui si sparò un colpo di rivoltella in bocca. Brenno Placido, il figlio del celebre attore Michele Placido, compare nella breve parte di Lucio un giovanissmo studente italiano con cui Dalida ha una breve storia d’ amore risultata in una gravidanza abortita in seguito per non danneggiare la carriera. La figura di Lucio, in realtà Lucio Battisti, è stata oggetto di una controversia legale con gli eredi di Battisti. Gli uomini di Dalida ebbero sorti tragiche: Tenco suicida o forse ucciso a causa di certe rivelazioni sulla corruzione dell’ industria musicale che voleva fare, Lucien Morisse, Richard, Chamfray e Mike Brant anche loro morti per suicidio. Dopo un primo drammatico tentativo di suicidio nel 1967, dopo la morte di Tenco, quando lei era sempre nel pieno del successo artistico, con una carriera che si era aperta anche a ruoli nel cinema, a soli 54 anni Dalida si tolse la vita nel maggio del 1987, lasciando un biglietto in cui diceva che la vita le era insopportabile.

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