Comunali 2017, perché il Movimento 5 Stelle ha perso

Le elezioni amministrative dell’11 giugno, che hanno portato al voto 1.004 comuni italiani, segnano la brusca frenata del Movimento 5 Stelle. Se il Pd e il centrosinistra tengono botta e il centrodestra è in ripresa, Grillo e seguaci incassano una sonora sconfitta: M5S è escluso dai ballottaggi di tutte le maggiori città, inclusa Genova, la roccaforte del comico leader. Ecco cosa è successo e perché i pentastellati arretrano.
I risultati delle principali città
Si è votato in 4 capoluoghi di regione (Palermo, Genova, L’Aquila, Catanzaro) e 21 capoluoghi di provincia. La gran parte dei sindaci sarà eletta al secondo turno, in programma domenica 25 giugno. I risultati del voto delineano un ritorno a uno schema bipolare e una sfida tra partiti tradizionali, tra centrodestra e centrosinistra: i candidati grillini restano fuori. Leoluca Orlando si conferma re di Palermo, al suo quinto mandato da primo cittadino, oscillando attorno al 46%: grazie alla legge elettorale siciliana che abbassa la percentuale del primo turno, ce l’avrebbe fatta senza bisogno di ballottaggio.
Il candidato di centrodestra Fabrizio Ferrandelli segue (sul 31%) e il grillino Ugo Forello è terzo (16%), sotto addirittura di trenta punti da Orlando, ma anche molto distante dal secondo.
Anche a Genova, dove il grande capo Grillo aveva impedito a Marika Cassimatis, vincitrice delle Comunarie, di candidarsi sotto l’ala il Movimento, i pentastellati arrivano terzi. Il testa a testa sarà tra Marco Bucci del centrodestra (al momento avanti) e Giovanni Crivello (centrosinistra), entrambi sopra il 30%.
Il grillino Luca Pirondini è sotto il 20%.
A Parma altro schiaffo: il sindaco uscente Federico Pizzarotti, epurato dal M5S, è in testa sopra al 30%. Daniele Ghirarduzzi, il candidato ufficiale grillino, non arriva neanche al 5%.
A Catanzaro Sergio Abramo (centrodestra) sfiora il 40% e sfida Vincenzo Ciconte (centrosinistra). La candidata sindaco Bianca Laura Granato del Movimento 5 Stelle è quarta, con uno striminsito 6%.
Secondo dati YouTrend, il M5S raggiunge il ballottaggio solo in 8 comuni su 140 sopra i 15mila abitanti.
Perché il Movimento 5 Stelle perde terreno
Alla prova del governo il M5S è destinato a fallire, dice il segretario Pd Matteo Renzi sulle pagine del Corriere della Sera. Lo hanno dimostrato a Roma, a Torino e lo dimostrerebbero a Palazzo Chigi. Sul groppone dei grillini pesa lo stallo di Roma, dove Virginia Raggi, travolta da mille scandali di corruzione e indagini giudiziarie, fatica a trovare la quadra. L’amministrazione di Torino di Chiara Appendino è filata via più liscia, fino ai guai della finale di Champions League, con il caos e i feriti in piazza San Carlo per il falso allarme bomba. E poi il disastro Cassimatis a Genova e il caso firme false a Palermo hanno spento l’entusiasmo dei nudi e puri contro il sistema. Infine, l’ultimissima ombra grillina è il voltafaccia sulla legge elettorale: aver tradito l’accordo raggiunto con Pd, Lega e Forza Italia, avallato dagli iscritti on line, ha generato delusione tra i pentastellati. Un malcontento tradottosi in astensionismo.
L’affluenza del 60% parla di un generale e forte disamore verso le cose politiche.
L’inizio del declino M5S?
Renzi & Co. non cantino però vittoria. Sul piano locale la prassi delle alleanze è assodata e ha pagato: Pd e gli scissionisti di Mdp trovano più facilmente strade (e leadership) comuni, così come Forza Italia e Lega. La cultura delle coalizioni è viva e vegeta.
E restituisce un’Italia attratta da due poli e non più da tre (Pd, centrodestra, M5S). Sarebbe però prematuro trasferire questa tendenza a livello di elezioni politiche. Se sul piano locale il M5S è più debole, rappresentato da candidati poco radicati sul territorio, sul piano nazionale finora Grillo è stato abile a cavalcare il malessere degli elettori. E non è detto che non lo faccia ancora.
Beppe Grillo è andato alle urne con il casco in testa.
È caduto, ma non si è fatto troppo male.

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