Arrivederci cari amici

Domenica 20 novembre u.s. al The Hide Lounge di Alessandro Riccobono abbiamo celebrato una coppia che negli ultimi cinque anni è diventata parte inclusiva di molte famiglie italo canadesi di Vancouver, e io mi pregio di appartenere ad una di queste. Alla scadenza dei 5 anni di servizio presso il Consolato Italiano di Vancouver Guido Pepe e la moglie Letizia Farina sono stati trasferiti, ahimé, in Francia, al Consolato di Nizza, e l’impatto che sta lasciando in alcune persone nel frattempo diventate amiche credetemi non è indifferente. Partire non è mai un sentimento piacevole, e il vuoto, il pensiero stesso di perdere la presenza di amici come Guido e Letizia si fa già sentire notevolmente.
In qualche modo noi emigrati dovremmo essere abituati, immunizzati a perdere amicizie italiane che prima o poi ritornano in patria, ma forse perché la consapevolezza del tempo che fugge, forse perché il legame si è radicato nell’abitudine quasi quotidiana di vedere i volti familiari a noi diventati molto cari, lasciano un dolore sempre più sottile, quasi insopportabile, al quale diventa sempre più difficile abituarsi.
Era l’Hats Off Day di cinque anni fa quando, assieme a Pietro Calendino col quale passeggiavo sulla Hastings Street, incontrai per la prima volta Guido e Letizia, una coppia molto dissimile da tante altre venute a lavorare al Consolato italiano di Vancouver. Pur essendo d’istinto assai diffidente, la freschezza di quei volti, la leggerezza che facevano trasparire nei discorsi di quel momento, mi avevano predisposto al buon umore, e tra una fila e l’altra che l’occorrenza ci obbligava a fare se volevamo mangiare qualcosa, quell’incontro durò circa quattro ore. Incominciare a praticarci fu la conseguenza inevitabile che portò Guido e Letizia ad entrare e fare parte a pieno titolo nel nucleo ristretto di un gruppo di amici che non si vedeva più solo al bar.
Letizia è una piacevole signora con la quale non ci si stanca mai di parlare, di discutere anche delle cose apparentemente banali (in realtà la banalità delle cose sta proprio nelle spiegazione che ne danno le persone banali), e con lei niente sembra mai banale; e la naturalezza, la padronanza di linguaggio con la quale ti spiega la semplicità del fatto quotidiano, la stranezza di un incontro più che ordinario con un utente al lavoro, narrato da lei ti sembra un evento unico, eccezionale.
Guido senza Letizia non sarebbe più lui, e che voglia bene la moglie si vede non tanto nelle parole — complementari ma anche menzognere alla sua natura — quanto nei gesti, nel pensiero, nella preoccupazione del benessere della moglie. Se dovessi credere a quello che dice lui di se stesso (sugnu pigghiatu da lagnusìa) con lui si potrebbe stare non più di un minuto, invece non è proprio così. È dinamico, ha sempre una buona parola per tutti, riesce sempre a trovare — scherzando, con un’apparente leggerezza — la chiave per tirare su il morale a chi in quel momento ne ha bisogno; così come assai frequentemente negli ultimi tre anni ha sostenuto l’umore di un caro amico, il professore Renato Gagliani, un anziano che per tantissimi anni ha insegnato alla Carleton University di Ottawa in casa di riposo qui a Vancouver, che negli ultimi anni, solo e assai fragile, ha trovato in Guido e in noi tutti, specialmente nella persona di Pietro Calendino al quasle dovrei dedicare diversi capitoli, assai conforto. Ogni occasione è stata buona per spendere anche un minuto in compagnia di Guido: o al Centro Italiano dove spesse volte, con la scusa delle partitre di calcio, si poteva chiacchierare o cazzeggiare della nostra Sicilia, o di altre cose più o meno futili; o con um sms attraverso cui, anche all’ultimo minuto, mi invitava durante la pausa di lavoro a pranzare assieme in uno dei tanti bar italiani sparsi a Vancouver; o al consueto dinner and dancing del Club Siciliano; insomma non era il tema più o meno interessante che rendeva stimolante i nostri discorsi sempre tra il serio e il faceto, ma il fatto che ci si potesse vedere, che si potesse incontrare una faccia diventata fraterna.
Il Natale, il capodanno e il ferragosto sono state le feste che negli ultimi anni hanno radunato le vecchie glorie, con relative famiglie, annessi e connessi, a casa di Antonio Belcastro, un carissimo amico, un piccolo grande uomo con la passione di invitare persone dal più variegato backgrownd sociale e culturale: cinesi, giapponesi, indiani, sudamericani, etc. In genere sii incomincia a degustare e bere ogni ben di dio alle sette di pomeriggio e si finisce dopo mezzanotte. Sempre ridendo, sherzando, cantando e per finire un nuovo aneddoto inedito, un’avventura del padrone di casa. Ogni occasione a casa di Antonio diventava un intrattenimento che, sono sicuro, senza Letizia e Guido,non sarà più lo stesso.
Da un paio di anni la famiglia si è allargata di altri amici più o meno giovani; e in particolare ne voglio ricordare due o tre ai quali va la mia più grande ammirazione: Massimo Lodato e la moglie Magdalena con i due piccoli venuti in questa grande e bella avventura chiamata Canada; e last but not least, Franco e Simona Fimiani, padre e figlia, lei dirigente scolastico al Consolato di Vancouver, lui un bel giovanotto poco più che ottantenne devoto accompagnatore della figlia, i quali anch’essi sono entrati a far parte di questa grande e bella famiglia di Vancouver.
Dicevo. Domenica Letizia e Guido hanno voluto festeggiare la loro partenza trascorrendo qualche ora in compagnia di alcuni amici, compreso il sottoscritto e Luciana, al The Hide Lounge, dove tra un aneddoto e l’altro; un buon bicchiere di vino di mezzo per fare scendere meglio le degustazioni della cucina siciliana che il buon Alessandro Riccobono ha saputo proporci; un decalogo che Letizia ha voluto dedicare al marito con la speranza che finalmente, tra le altre cose, riesca a stirare una camicia in meno di 60 minuti; e un test cartaceo per mettere alla prova la conoscenza dell’olio d’oliva il cui risultasto ha premiato il caro amico Rino Vultaggio avendo ricevuto il punteggio più alto. Ma Guido e Letizia non si sono limitati a premiare solo Rino. Ognuno degli invitati (e mi scuso con quelli che non ho citato) ha ricevuto un regalo, un affetto che ha sugellato la grande amicizia nata e cresciuta in questa grande terra straniera chiamata casa.
Voglio chiudere con il primo verso di una bella poesia di Edmond Haracourt: Partire è un po’ morire rispetto a ciò che si ama poiché lasciamo un po’ di noi stessi in ogni luogo ad ogni istante.
Ma io sono sicuro che oltre a queste toccanti parole la partenza di Guido e Letizia non è un addio ma un arrivederci, magari in terre a noi più vicine.
Roberto Fasciana

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