Italiani brava gente

di Massimo Lodato
Proprio in questi giorni sta esplodendo in Italia una forte polemica, da parte dei sindacati della Polizia di Stato, relativa al rincorrersi di notizie sul diffondersi in tutta Italia di un’ondata di malattie infettive quali la meningite, la tubercolosi e la scabbia omani debellate nel nostro Paese da tempo immemore. Sembra che i principali portatori e diffusori di queste patologie siano proprio gli agenti di polizia, tanto che in più occasioni è stato necessario sottoporre gli stessi e le loro famiglie a profilassi antibatterica per tentare di prevenire un catastrofico diffondersi del contagio. Non è difficile del resto immaginare come un agente di polizia che abbia contratto la tubercolosi o la scabbia possa facilmente trasmetterla alla propria moglie e ai propri figli. Per quale motivo le condizioni sanitarie di una considerevole parte della popolazione italiana sono state rigettate indietro di due o tre secoli? E, soprattutto, come? Il guaio che sta alla base di questo e di altri fenomeni altrettanto gravi (se non addirittura di più) è l’assoluta inadeguatezza degli strumenti tecnici e giuridici tramite i quali le nostre forze dell’ordine si trovano costrette ad affrontare la cosiddetta emergenza immigrazione: il flagello che in questi anni sta imperversando praticamente in tutte le nazioni europee e, soprattutto, in quelle dell’Europa meridionale, i Paesi cosiddetti mediterranei. I numeri sono terrificanti: 160 mila migranti nel quadriennio dal 2010 al 2013, 220 mila persone nel solo anno 2014 a seguito dell’acuirsi dei conflitti in Siria e in Libia, circa un milione nel 2015. Le coste greche, ex iugoslave, italiane e spagnole vengono prese d’assalto da centinaia di migliaia di persone che – queste è la versione ufficiale della storia che i governi e i media ci propinano quotidianamente – fuggono da talune zone dell’Africa subsahariana e settentrionale, nonché, soprattutto, dal Medioriente devastate da guerre, terroristi e dittature. È un fenomeno che conosciamo da molti anni: a bordo di fatiscenti imbarcazioni – le cosiddette carrette del mare o barconi – che attraversano il Mediterraneo da sud a nord, centinaia di disperati sbarcano ogni giorno sulle nostre coste. Questi barconi sono guidati dai cosiddetti scafisti: criminali senza scrupoli che, a fronte del pagamento di ingenti somme di denaro, assumono l’impegno di guidare queste orde di sventurati attraverso il mare ma che, nella maggior parte dei casi, le abbandonano al proprio destino al largo delle coste di destinazione spesso provocando naufragi e affondamenti e, naturalmente, la morte della maggior parte degli occupanti tali battelli e gommoni. Una tragedia di proporzioni incalcolabili, insomma, soprattutto se si considera che questi barconi sono occupati anche da donne e bambini che, sebbene presenti in percentuale molto ridotta rispetto ai maschi adulti, sono le principali vittime di quest’immane ecatombe.
Ora, tutte queste persone che sbarcano sulle nostre coste, per prima cosa devono essere soccorse e ricevere le cure e l’assistenza di cui necessitano: spesso, infatti, arrivano in condizioni fisiche e cliniche disperate e hanno bisogno di essere nutrite, idratate, addirittura rianimate; poi devono essere identificate e, infine, se ne ricorrono i presupposti, vanno accolte con lo status di rifugiate. Pare del tutto logico ritenere che affrontare lo sbarco di migliaia di persone portatrici di malattie infettive con la sola protezione di guanti di lattice e mascherine sul viso, esponga i nostri operatori (forze dell’ordine, capitanerie, medici, paramedici e volontari) a un altissimo rischio di essere infettati. Ebbene, questo è proprio ciò che sta accadendo: una vera e propria epidemia di tali patologie i cui focolai si sono sviluppati nei centri di accoglienza e in tutti i luoghi che sono stati letteralmente presi d’assalto dai rifugiati – quali piazze e stazioni – praticamente, in tutte le città d’Italia.
L’altro grande problema che i soccorritori e le forze di pubblica sicurezza devono immediatamente affrontare al momento degli sbarchi è che la maggior parte di loro, subito dopo aver messo piede a terra, fanno di tutto per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine e per far perdere le proprie tracce. E, nella maggioranza dei casi, ci riescono. In sintesi, non abbiamo la benché minima idea di chi siano queste persone che, a migliaia, ogni giorno, sbarcano dal Mediterraneo e si riversano in massa per le strade delle nostre città. La questione – qui voglio tentare di semplificare al massimo una faccenda davvero complessa – è che la maggior parte di questi naufraghi arriva in Europa senza documenti: non sono identificabili. Tuttavia essi dichiarano di essere perseguitati dal regime del territorio di loro provenienza e chiedono quindi di essere accolti con lo status di rifugiati. Un esempio: il 21 marzo scorso è avvenuto uno dei più imponenti sbarchi in Sardegna. In quell’occasione, su 667 migranti arrivati, ben 658 hanno rifiutato il consenso ad essere foto-segnalati alimentando il sospetto di essere clandestini. Come se non bastasse, malgrado il gran numero di casi accertati di polmonite e di scabbia, i soccorritori – viste le precarie condizioni in cui sono costretti a operare – non hanno potuto fare altro che far salire molti migranti (malati e non) su degli autobus che li avrebbero dovuti accompagnare in diverse strutture pubbliche per l’accoglienza. La maggioranza dei migranti, però, si è semplicemente dileguata (da clandestini, appunto) scomparendo nel nulla. Gli scafisti, a loro volta, pur essendo stati identificati grazie alle indicazioni ricevute dalla Polizia da parte di alcuni profughi, sono stati incredibilmente rimessi in libertà dal momento che, nonostante le testimonianze, gli elementi di prova raccolti non sono stati ritenuti sufficienti per trattenerli. Ma è anche accaduto in altre occasioni che molti scafisti, pur identificati come tali, sono stati rimessi in libertà perché hanno semplicemente dichiarato che si trovavano in stato di bisogno. La normativa vigente è talmente lacunosa e farraginosa da non consentire alla Polizia di catturare i cattivi e aiutare i buoni: finiscono tutti nello stesso calderone.
Chi sono queste (migliaia) persone che girano a piede libero per le città d’Italia e d’Europa? Come si procurano da mangiare? Dove dormono? Sono davvero tutti profughi di guerra o vittime dei terroristi e dell’oppressione? Voglio fare riferimento a una notizia battuta in questi giorni dall’Ansa: Arrestato terrorista in Tunisia, si imbarcava verso l’Italia – Era in un gruppo di sei persone pronte a partire clandestinamente. La notizia, giunta dal Ministero dell’Interno tunisino, riguarda il fermo di un tunisino ricercato per terrorismo, classificato come pericoloso, pronto a salpare verso le coste italiane con documenti falsi. La notizia conferma drammaticamente i timori già espressi dalle polizie di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ovvero che i barconi di migranti sono pieni di jihadisti. La maggior parte delle partenze illegali verso l’Italia avviene infatti ormai dal territorio libico dove, considerata la situazione in cui versa tale Paese, i controlli sono praticamente inesistenti. L’individuazione del terrorista da parte delle autorità tunisine, invece, è stato possibile grazie al fatto che in Tunisia le operazioni di controllo delle frontiere avvengono quantomeno periodicamente, grazie anche all’accordo bilaterale tra Italia e Tunisia sul contrasto all’immigrazione clandestina dell’aprile 2011. Ma è del tutto evidente che si tratta di una goccia nel mare: per ogni terrorista fermato, centinaia partono indisturbati alla volta dell’Italia e dell’Europa. E, quando arrivano da noi, accade quello che ti ho raccontato qualche riga sopra: vengono salvati dalla nostra Marina e portati a terra. A questo punto, si danno alla macchia facendo perdere le proprie tracce. Lo scorso 26 luglio 2016, Il Giornale titolava a caratteri cubitali: Altro che fuga dalla guerra, il 97% dei migranti sono finti rifugiati – a Padova, su 3600 richieste d’accoglienza presentate, la Commissione prefettizia ne ha ritenute idonee solo 100. Quindi, pare che il più delle persone che arrivano su quei barconi NON siano rifugiati! Sembra, invece, siano, individui che, nell’esatto istante in cui mettono piede in Italia, diventano né più né meno che clandestini. Stando a quanto pubblicato dall’UNHCR, ad oggi l’esodo dei profughi siriani ha superato le 12 milioni di persone. Di questi, circa 7,6 milioni sono rimasti in Siria pur costretti a lasciare le loro case; circa 4,9 milioni di persone hanno lasciato la Siria per distribuirsi in altri paesi. Di questi ultimi, la Turchia ne ospita 2,8 milioni, il Libano 1,1 milioni, l’Iraq 250 mila, la Giordania circa 660 mila, l’Egitto circa 115 mila, il resto del Nord Africa, circa 30 mila. In Italia, nel 2016 sono sbarcate (ad oggi, 24 agosto 2016) circa 101.500 persone. Di queste, i siriani, sono solo poche manciate. Chi sono, allora, tutte queste persone? Arrivano dalla Nigeria (20%), dall’Eritrea (12%), dal Gambia (7%), dalla Costa d’Avorio (7%), dal Sudan (7%), dalla Guinea (7%), dalla Somalia (5%), dal Mali (5%), dal Senegal (5%). Il rimanente 4% arriva dal resto dell’Africa e del medio oriente, compresa la Siria.
Ora, la maggior parte delle persone che sbarcano in Italia o non hanno documenti e si limitano a dichiarare un’identità (falsa?) che non potrà mai essere accertata, oppure mostrano direttamente documenti sulla cui autenticità le nostre autorità sollevano forti dubbi. Per conoscere l’identità e le storie di questi sedicenti profughi si fa mettere per iscritto nome e cognome al momento dello sbarco e ci si affida ai racconti che essi rendono di fronte alle Commissioni prefettizie. Però, il più delle volte, in entrambi i casi i migranti dichiarano il falso. Molti migranti raccontano storie di persecuzioni e fughe da guerre che in realtà non hanno mai vissuto e le Commissioni si vedono costrette ad ascoltare centinaia di testimonianze tutte identiche come una specie di ritornello imparato a memoria. Spesso queste persone approdano con l’ultimo modello di telefono cellulare in tasca, ma sempre, regolarmente, senza uno straccio di documento di identità. Un verbale della prefettura di Bologna della fine dello scorso luglio fa accendere più di un campanello d’allarme su tale fenomeno: si tratta di un atto di allontanamento di quattro immigrati dai centri di accoglienza per via dei loro comportamenti fortemente aggressivi e intimidatori. Ebbene, due degli immigrati allontanati risultano avere il medesimo nome e cognome e risultano essere nati entrambi il primo gennaio 1989 nella stessa città del Mali.
Ma c’è di più: da uno studio effettuato è risultato che ben più del 70% dei migranti siano maschi adulti di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Anche se, riflettendoci, le categorie più esposte a una guerra o a una persecuzione dovrebbero essere proprio donne e bambini, donne e bambini sono proprio le categorie di persone che sbarcano in Italia in numero minore. Ora, ammettiamo pure che gli uomini adulti siano più adatti ad affrontare l’enorme pericolosità del viaggio in mare. Tuttavia, sorge spontaneo il dubbio che la maggioranza di coloro che arrivano, in realtà, non siano affatto veri profughi. E volendo ammettere, per un momento, che si tratti di veri profughi, sembra quantomeno poco ragionevole ritenere che su 100 di essi, ben 70 abbiano abbandonato moglie e figli in medio oriente a farsi sterminare da guerre, dittatori e isis, alla mercé di assassini che non risparmiano proprio ai più deboli le peggiori torture, sevizie e crudeltà che si possano immaginare. Parlo di bambini bruciati vivi, sepolti vivi, mutilati, crocifissi. Parlo di decapitazioni, smembramenti, espianti di organi per il traffico nero. Pochi giorni fa le agenzie italiane hanno battuto questa notizia: Orrore sui barconi: clandestini stuprano donne e bambini, arrivate anche minorenni incinte. Ma potrei citare migliaia di altri casi di sopraffazione degli uomini sulle donne e sui bambini presenti su quelle imbarcazioni: 11 luglio 2014, neonato gettato in mare subito dopo il parto, 16 aprile 2015, “Omicidi sui barconi: migranti gettati in mare come sacrifici umani in riti tribali o perché portavano iella”; aprile 2015, rissa sul gommone per motivi religiosi, gettati in mare dodici cristiani; 17 luglio 2015, Gettano lo zaino con l’insulina in mare per alleggerire il barcone, bimba siriana di 10 anni muore nella traversata; 12 gennaio 2016, lo sbarco dell’orrore: donne gettate in mare. Queste sono le reali proporzioni del fenomeno.
Poche righe più sopra mi chiedevo come vivono, come si sostentano tutti questi clandestini che, come un fiume in piena, si stanno riversando nelle nostre città. Anche in questo caso basta aprire i giornali e leggere le pagine della cronaca italiana e internazionale per trovarsi di fronte a una vera ecatombe. Si tratta di un ininterrotto susseguirsi di minacce e violenze nei confronti di donne e bambini. Ecco alcuni esempi: 8 giugno 2016, rifugiato del Gambia tenta di aggredire e minaccia di morte una mediatrice culturale, responsabile di un centro di accoglienza a Villanovaforru, poi aggredisce i carabinieri intervenuti per calmarlo, 22 giugno 2016, Torino, nigeriano prende a bastonate bimba di 8 anni in strada; 19 luglio 2016, 17enne afghano in treno con un’accetta ferisce 4 persone. Gli inquirenti tedeschi ritengono che si tratti di un cosiddetto lupo solitario”, ma prende comunque corpo la pista di un’azione fatta in nome dell’isis; 3 agosto 2016, Colle San Marco (AP), nigeriano aggredisce a bastonate la responsabile di un centro di accoglienza; 19 agosto 2016, Ragusa, immigrato irregolare tenta di rapire bimba di 5 anni. L’uomo dopo essersi avvicinato con fare amichevole avrebbe afferrato la bambina per un braccio tentando di portarla via.
Poi, naturalmente, non manca la raccapricciante sequela di stupri: 14 maggio 2015, Bologna, profugo ospitato da una famiglia stupra la figlia di 6 anni della coppia; 22 maggio 2015, Ravenna, profugo violenta assistente che gli dava lezioni di italiano in un appartamento per rifugiati; 1 agosto 2015, Fiuggi, orrore nella casa famiglia: operatrice massacrata di botte e stuprata da tre africani; 1 gennaio 2016, Stupro di massa in Germania: mille immigrati violentano 80 donne. I fatti più gravi a Colonia, la cui stazione centrale è caduta per una notte in mano a gruppi di persone di origini nordafricane che si sono lasciati andare a furti, stupri, pestaggi e violenze di ogni genere; 6 febbraio 2016, Vienna, profugo iracheno violenta bimbo di 10 anni negli spogliatoi di una piscina pubblica; 18 giugno 2016, Arezzo, donna sequestrata, segregata e violentata a turno da tre nordafricani; 9 agosto 2016, Milano, donna minacciata con collo di bottiglia, trascinata con la forza in un edificio abbandonato e stuprata da un marocchino irregolare di 35 anni.
Per non parlare degli omicidi e infanticidi: 13 marzo 2015, Terni, marocchino clandestino uccide un 27enne in strada a bottigliate senza motivo; 30 agosto 2015, Catania, clandestino ivoriano uccide coppia di coniugi settantenni per rapina. Lui sgozzato, lei lanciata dal balcone; 25 gennaio 2016, Svezia, 22enne uccisa a coltellate in un centro di accoglienza per profughi; 13 giugno 2016, Parigi, marocchino francese uccide coppia di funzionari di polizia. L’isis rivendica l’attacco; 25 luglio 2016, Germania, rifugiato siriano richiedente asilo, ammazza col machete donna incinta vicino a Stoccarda; 4 agosto 2016, Londra, somalo norvegese aggredisce a coltellate i passanti in Russell Square: uccisa una donna e ferite altre sei persone.
Potrei andare avanti riempiendo centinaia di pagine. Nessuno sostiene che i profughi non debbano essere accolti e aiutati. Le vittime incolpevoli e indifese delle guerre, delle persecuzioni, delle dittature e dei terroristi hanno il pieno diritto di aspirare a una vita dignitosa in una nazione pacifica. Ma credo che la buonafede sia alla base dell’intera architettura della questione migratoria: i profughi sono una cosa, i clandestini, invece, sono cosa ben diversa. Parlo di buonafede ma mi riferisco anche e soprattutto ai più elementari strumenti che nazioni civili e moderne dovrebbero mettere in campo per tutelare quanto meno l’incolumità dei cittadini.
È proprio di questi giorni l’allarme lanciato dal Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che ammonisce: “sempre più elevato il rischio di massiccia presenza di jihadisti sui barconi dopo la vittoria delle forze libiche a Sirte”. I combattenti dell’isis sono stati messi in fuga nel deserto, ma molti di loro si stanno imbarcando alla volta dell’Italia. Nei nascondigli dei miliziani di Sirte sono stati trovati documenti e file che fanno esplicito riferimento a cellule terroristiche presenti e attive nel nord Italia e, in particolare, nella zona del milanese. In un articolo del 12 agosto, il Corriere della Sera, parla chiaramente di “decine, se non centinaia, di militanti infiltrati tra le masse di disperati a bordo dei barconi del traffico illegale di migranti”. Se le cose continueranno ad essere gestite come lo sono state fino ad ora, questi conquistatori sanguinari troveranno ad accoglierli la nostra Polizia “armata” di mascherine e guanti di lattice per dar loro i primi soccorsi. Va bene che, come si suol dire, “italiani, brava gente”, ma non ti sembra che stiamo esagerando?

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