Milano: aspettando i 5 Stelle, la sfida per Palazzo Marino sarà tra Sala e Parisi

l43-sala-160209133105_bigCosì, dopo le primarie del centrosinistra che hanno incoronato Giuseppe Sala come il candidato sindaco per Milano, è arrivata anche la controproposta del centrodestra. Lega e Forza Italia si schiereranno compatte al fianco di Stefano Parisi, il City Manager milanese che contenderà, 5 Stelle permettendo, Palazzo Marino a  “Mister Expo”.

Il volto “nuovo” del centrodestra ha sciolto le riserve sulla sua candidatura in settimana. Lui, classe 1956, è l’ex direttore generale di Confindustria. Già vicino al primo governo Berlusconi nel 1994,  è stato consulente economico anche dei governi guidati da Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. A capo del Dipartimento Affari economici della presidenza del Consiglio, con una parentesi alle Poste e Telecomunicazioni e al Dipartimento informazione ed Editoria. Conta anche una breve parentesi nella Rai sotto la guida di Letizia Moratti. Un tecnico prestato alla politica insomma, controfigura perfetta al tecnico del centrosinistra, che ha diretto le operazioni per l’Expo riscuotendo grandi apprezzamenti in tutta Italia.

Parisi ha ufficializzato la sua candidatura con una nota. “Sono convinto che tutti insieme riporteremo a Milano quell’energia e quella qualità di governo che hanno caratterizzato le giunte di centrodestra, e riprendere il percorso di costruzione del suo futuro, interrotto dall’amministrazione Pisapia”, ha ha detto. Una frase di rito, ma che non nasconde affatto l’intenzione di portare una discontinuità con quella che è stata l’esperienza di Giuliano Pisapia. E qui sta il problema.

Cinque anni fa, quando l’avvocato milanese strappò Milano al centrodestra di Letizia Moratti,  la città cominciò un percorso nuovo. Milano era lo specchio dell’Italia di quegli anni, un Paese sfiduciato e piegato dalla crisi. Il motore economico e culturale dello Stivale era l’ombra triste di quella città che storicamente ha ricoperto il ruolo di locomotiva del Paese. Spesso si dice: “se Milano ha la febbre, Roma ha la polmonite”. E cinque anni fa, il malato grave era proprio la metropoli lombarda, governata per oltre un ventennio ininterrottamente da giunte di centrodestra.

Cinque anni fa, quando le elezioni confermarono la vittoria di Pisapia, la piazza del Duomo era stracolma di bandiere del già morto “partito arancione”. Un esperimento che sembrava poter cambiare il volto del centrosinistra. Che portava a casa anche la vittoria di De Magistris a Napoli. Che poteva rappresentare un laboratorio politico promettente anche in chiave nazionale. Gli ultimi 5 anni hanno però detto altro. Il partito arancione non è mai decollato. Il centrosinistra si è compattato attorno al PD di Matteo Renzi, molto più centrista che di sinistra. Eppure Milano è risorta. Lo ha fatto perché, lontano dal logiche politiche, Giuliano Pisapia ha saputo incarnare meglio di tutti lo spirito d’innovazione tipico di Milano. Una città che ha saputo risorgere adottando strategie nuove per la mobilità aprendo l’area C, scommettendo sul car sharing, inaugurando i trasporti pubblici notturni, potenziando la connessione Wireless cittadina, recuperando zone degradate della città. E infine, sapendo approfittare alla perfezione della finestra internazionale che l’Expo le ha aperto.

Quando Pisapia ha annunciato di non voler ricandidarsi, tutto il centrosinistra è caduto nello sconforto. Perché i suoi successi erano personali e non partitari. Ha saputo usare idee di sinistra e di destra, all’insegna del buon governo. Non ha guardato in faccia nessuno e ha guidato la città libero dalle briglie delle ideologie. Per questo la frase di Parisi sulla discontinuità suona come un brutto presagio per Milano. Perché lì risiede tutto il peggior difetto della nostra politica: lo scostamento ad hoc dalla realtà per l’amplificazione di una propaganda vuota.  Milano, oggi, guarda al futuro come da anni non le succedeva. Una delle poche città italiane che l’hanno fatto. Con successo. Chiunque vincerà e comunque andrà a finire, dobbiamo solo augurarci che riesca per lo meno a non rompere ciò che di buono è stato fatto.

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