Lucia, cervello in fuga: riceve il Trainee Award dalla Michael Smith Foundation

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di Cinzia Candela

Sotto una cascata di riccioli ramati c’è una giovane ricercatrice Italiana, una tra le più brave e affermate, specializzata in Oncologia Medica. Come puoi non accorgertene? La sua risata fresca e contagiosa trasmette allegria e convince anche i pazienti più riluttanti a seguire le indicazioni che la nostra dottoressa dispensa negli ambulatori del Vancouver Prostate Center. Lei è Lucia Nappi e si è laureata 7 anni fa, a pieni voti in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Voglio presentarvela perchè la sua tesi di dottorato di ricerca in Oncologia Molecolare verrà nuovamente discussa nel prossimo mese di Maggio proprio nella British Columbia.

Lucia quando ti sei accorta che saresti diventata una ricercatrice?

Ho capito dall’inizio della mia formazione che la mia passione era la ricerca. A Napoli ho avuto la fortuna di lavorare con il prof. Giampaolo Tortora (attualmente primario di Oncologia presso il policlinico di Verona) sullo studio dei meccanismi di resistenza ai farmaci a bersaglio molecolare usati nella terapia dei tumori della mammella, del colon- retto e del rene. Sono profondamente grata al professor Tortora per avermi fatto amare la ricerca. Durante il quinquennio di specializzazione ho studiato ed ho seguito pazienti affetti da tumori rari. Sono stata fortunata a lavorare con una delle maggiori esperte di tumori rari d’Italia, la dott.ssa Giovannella Palmieri, responsabile del Centro di Riferimento Tumori Rari (CRTR) della regione Campania. Con la dott.ssa Palmieri e il dott. Vincenzo Damiano abbiamo seguito progetti di ricerca, studiato e gestito centinaia di pazienti affetti da neoplasie rare. Ho imparato tanto da quell’esperienza ed alcuni studi sono ancora in corso.

Qual è il motivo per cui ti trovi a Vancouver?

Volevo iniziare una nuova esperienza lavorativa e sono stata coinvolta in un importante progetto di studi che mi ha portato via dall’Italia nel 2013. Sono partita durante gli ultimi mesi della specializzazione per un importante centro di ricerca sul cancro della prostata, il Vancouver Prostate Centre, centro di eccellenza in Canada per la ricerca sul tumore della prostata, sotto la supervisione del dott. Martin Gleave, attualmente lavoro qui. Il mio impegno è dedicato all’identificazione di nuovi farmaci inibitori di heat shock protein 27 (hsp27), una proteina coinvolta nella resistenza ai farmaci ormonali e chemioterapici nei pazienti affetti da tumore prostatico e polmonare. Il centro di ricerca è all’avanguardia e ci avvaliamo di strumenti e personale di altissima specializzazione. Uno dei punti di forza del centro è che abbiamo la possibilità di vedere i risultati delle nostre ricerche fatte in laboratorio nella pratica clinica durante il trattamento dei pazienti. Ho contribuito a scoprire un farmaco e prendere parte alla sperimentazione clinica del prodotto rappresenta per me una opportunità unica. Desidero tanto poter aiutare i pazienti affetti dal tumore della prostata e del polmone. Lavorare in un centro di eccellenza ti apre la mente e ti fa superare i limiti imposti da inadeguata professionalità e preferenze che spesso si riscontrano nel panorama italiano.

Avresti avuto le stesse possibilità di crescita in Italia?
Ho scelto di venire in Canada per vari motivi. Il principale è stato la voglia di fare un’esperienza in un centro di eccellenza nel campo della ricerca oncologica dove avrei potuto imparare nuove tecniche ed arricchire la mia vita professionale. In secondo luogo la consapevolezza di non avere possibilità di crescita in Italia. Questa è una triste realtà con cui purtroppo i ricercatori italiani devono fare i conti: la mancanza di fondi, di lavoro, di meritocrazia spingono i giovani al di fuori dell’Italia. Ma la cosa più triste è che una volta fuori dal microcosmo italiano c’è la consapevolezza che ritornare è quasi impossibile. Ho scelto il Canada perché credo che sia un paese estremamente innovativo e meritocratico. E dopo due anni e mezzo non mi sono pentita della scelta che ho fatto, anzi… Nel 2015 ho ricevuto il Trainee Award della Michael Smith Foundation da 150 000 dollari per finanziare la mia ricerca sullo sviluppo di nuovi inibitori di heat shock protein 27.

 

Quali differenze hai riscontrato tra il sistema sanitario canadese e quello italiano?

All’inizio ho avuto qualche problema perché, per quanto la medicina sia universale, ci sono alcune realtà gestionali ed organizzative tra i due sistemi. In Canada per esempio esistono pochissime strutture sanitarie private convenzionate e tutto (prescrizioni, consulenze specialistiche, ecc.) passa attraverso il medico di famiglia, che è un filtro (vero) tra il paziente e il sistema nazionale. L’accesso ai farmaci senza la prescrizione del medico è estremamente limitata. Non si possono comprare gli antibiotici o alcuni antidolorifici o anche le banali siringhe in farmacia senza la prescrizione del medico. Anche l’utilizzo di tests diagnostici e farmaci è molto più parsimonioso rispetto all’Italia. Ad esempio per avere la prescrizione di un antibiotico per un banale mal di gola c’è bisogno di avere un test microbiologico che indichi la presenza di batteri. Questo tipo di pratica serve a ridurre il rischio di insorgenza di infezioni resistenti e ad evitare spreco di denaro pubblico. A parte queste differenze organizzative il resto è uguale. Nel mio campo specifico per esempio gli schemi di chemioterapia utilizzati per i pazienti sono gli stessi. Qui ci sono sicuramente molti più studi clinici durante i quali i pazienti affetti da tumori specie in fase avanzata possono beneficiare di nuovi farmaci in sperimentazione clinica. Inoltre c’è una gestione del paziente domiciliare più accurata e il personale infermieristico è molto più autonomo e rispettato rispetto all’Italia.

 

Hai pensato al tuo futuro?
Il mio futuro ? bella domanda… Ho ripreso a studiare perché purtroppo per poter esercitare la professione medica ho bisogno di superare alcuni esami. Nonostante la mia passione per la ricerca di base, non mi vedo per sempre esclusivamente dietro il banco di un laboratorio. Ho bisogno dei miei pazienti, sono la ragione del mio impegno. Allo stesso tempo non voglio abbandonare la ricerca perché a mio avviso è la parte più stimolante del lavoro di un oncologo medico. Quindi il mio futuro ideale sarebbe riuscire a ricoprire entrambe i ruoli. Ancora una volta devo fare i conti con una dura realtà che mi obbliga a stare lontano dal mio paese. In Canada è sicuramente più probabile che riesca a conciliare entrambe le cose. Dallo scorso Settembre ho cominciato una clinical fellowship alla BC Cancer Agency di Vancouver dove sto lavorando sotto la guida del dott. Kollmannsberger, uno dei più noti oncologi medici per quanto riguarda la terapia dei tumori genito- urinari (specie tumori del testicolo e del rene). Fino ad adesso la mia esperienza in clinica alla BCCA a Vancouver è stata molto positiva: ho la possibilità di lavorare fianco a fianco con professionisti del settore e di partecipare a studi clinici che possono rivoluzionare le strategie terapeutiche per i tumori dell’apparato genitourinario. Mi sento onorata e gratificata per questo.

 

Perché, secondo te, un giovane italiano sceglie di andare all’estero?

Dalle esperienze che ho ascoltato da parte di amici in questi ultimi anni emergono diversi motivi: c’è chi scappa da una situazione familiare difficile, chi non riesce a trovare lavoro per via della crisi economica e chi semplicemente è stanco di scendere a compromessi anche per pagare una bolletta all’ufficio postale! Il nostro paese è meraviglioso, stupendo, ancora di più quando non ci vivi…. Quando esci al di fuori dei confini ti rendi conto di quanto è semplice vivere in un paese in cui i servizi funzionano e lo Stato è dalla parte dei cittadini. Io sono andata via per crescere e migliorarmi e per costruirmi un futuro. Se questo è il paese in cui i miei sogni possono diventare realtà sarò ben contenta di lavorare e produrre qualcosa di importante qui. E a quel punto, Italia mia mi dispiace, avrai perso un altro cervello…

 

Lucia Nappi ha abbandonato il suo paese di origine per venire a vivere qui, dove i suoi sogni possono diventare realtà e dove la qualità della vita non è paragonabile a quella italiana. Emigrare può sembrare la scelta più facile ma vi assicuro che non lo è. Quando si arriva qui l’euforia dell’esperienza oltre Oceano in nord America svanisce dopo pochi mesi. Cominciano a mancare gli affetti, le abitudini, il cibo! Ci sono tante difficoltà da affrontare: la lingua, la cultura, i modi di fare.. è tutto nuovo perché è una nuova vita. La sensazioni più brutta è che dopo un po’ ti trovi sospeso in una sorta di limbo: non puoi ( e non vuoi ) tornare in Italia ma allo stesso tempo non ti senti cittadino del paese in cui ti trovi anche se ci stai bene e ti senti finalmente sereno. Emigrare non è una scelta da codardi… Bisogna essere molto coraggiosi per lasciare il paese d’origine, specie se quel paese è l’Italia.

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