Statue coperte ai musei capitolini: tra affari e diplomazia, l’Italia si imbarazza davanti all’Iran

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di Eliano Rossi

Ha fatto un certo effetto vedere le nostre opere d’arte impacchettate per nascondere le loro pudende marmoree agli occhi di Mohammad Rohani. Quelle nudità, il presidente iraniano, proprio non poteva vederle. E così quattro statue dei musei capitolini sono state cancellate dalla vista durante l’incontro tra l’illustre ospite mussulmano e Matteo Renzi, che ha partorito una serie di accordi commerciali da 17 miliardi di euro. Soldi veri. Eppure, come spesso accade al nostro Paese, un fatto laterale ha conquistato l’indignazione dell’opinione pubblica, mandando in secondo piano il successo commerciale.

Lo “sgarbo” alla cultura e all’arte classica non è stato perdonato da nessuno. “Sottomissione”, è stata la parola più usata da politici e quotidiani, infervorati dalla retorica che vuole l’Italia sempre pronta ad adeguarsi agli altri. “Se un’italiana va in Iran, si copre giustamente la testa. Se un iraniano viene in Italia, gli copriamo ingiustamente le statue. In un modo o nell’altro – in un mondo e nell’altro – a coprirci

siamo sempre noi. E la suscettibilità da non urtare è sempre la loro”, scriveva Massimo Gramellini su La Stampa.

Alla polemica sono seguiti i rimpalli di responsabilità – altra specialità della casa – che ci hanno impedito di capire a chi è venuta la geniale (o disastrosa) idea di coprire le statue. Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha giurato di non saperne nulla. La Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali ne ha preso le distanze: “Dovete chiedere a Palazzo Chigi”. Paolo Aquilanti, segretario generale di Palazzo Chigi, ha avviato un’indagine interna per poter accertare le responsabilità. Il fango, per adesso, se l’è preso il capo del cerimoniale Ilva Sapora, che secondo le voci di corridoio non godrebbe più della simpatia di Renzi. Insomma, una classica insalata mista all’italiana, condita mentre Rohani volava a Parigi per comprare 114 Airbus nuovi di zecca.

Da quando le sanzioni internazionali sono state sollevate, l’Iran è tornato ad essere un mercato pieno di opportunità per gli affari internazionali. Si tratta di un Paese di 75

milioni di persone che comprano cose e spendono soldi. Due terzi hanno meno di 35 anni, sono istruiti, dinamici e connessi con il mondo. L’Iran ha una buona base industriale e competenze tecniche. È uno dei grandi produttori di petrolio e gas naturale, ma rispetto ai paesi del Golfo ha un’economia molto più diversificata. In Italia, Rohani ha firmato contratti per 17 miliardi.

Le nostre imprese costruiranno gasdotti, oleodotti, ferrovie. Venderanno il nostro cibo, il nostro buon gusto nel design e tanto altro. Per questo vale la pena ricordare un aneddoto curioso: Nel 1945 Winston Churchill e Franklin Delano Roosvelt, fiutando i grandi affari che il petrolio saudita poteva portare ai propri paesi, corteggiarono in tutti i modi Re Ibn Saud. Si precipitarono in Arabia Saudita con le migliori intenzioni, pur di strappare promettenti accordi commerciali.

Le malelingue dell’epoca raccontano che Churchill si sia rifiutato di andare a cena con il Re perché, in Arabia Saudita, non servivano l’alcool. Lui, il grande Winston, doveva bere “prima, durante e dopo i pasti”. Roosvelt, al contrario, si presentò con grande umiltà, rispettando la cultura del Re e passò insieme a lui 3 giorni su una nave. 70 anni dopo ci rendiamo conto che un pizzico di umiltà ha aiutato a rendere un grande paese il leader incontrastato del mondo. L’arroganza, invece, ha contribuito a normalizzare quella che all’epoca era sì una grande potenza, l’Inghilterra.

Quindi, Rouhani è venuto in Italia con 17 miliardi di buone intenzioni. Gli abbiamo coperto le statue, così non si è offeso. Poi lui se n’è andato e i nostri nudi sono tornati a vedere la luce del sole, con 17 miliardi di buoni motivi per risplendere ancora più forte. Sacrilegio? Svendita dei valori e della cultura
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