Dagli azionisti ai partiti, chi ha vinto e chi ha perso con il “Salva Banche”

di Eliano Rossi

Il così detto “salva banche” è stato di parola. Il decreto approvato lo scorso 22 novembre ha tenuto in vita gli istituti di credito sull’orlo del fallimento, travolgendo però tutto il resto. Un voto di sfiducia verso un ministro, il sistema politico spaccato e piccoli azionisti che piangono la perdita dei risparmi di una vita, tratti in inganno da chi gli prometteva investimenti fruttuosi senza grandi rischi.
Da anni la Banca dell’Etruria, la Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti erano in grave difficoltà finanziarie. Tutte e quattro erano già state commissariate dal Governo e con il decreto del 22 novembre scorso sono state salvate per evitarne il falli- mento, che avrebbe creato seri problemi al sistema finanziario, ai dipendenti degli istituti e a centinaia di migliaia di risparmiatori. Il tanto contestato salvataggio è avvenuto con il sistema del bail- n, con il quale le banche rimangono in piedi usando i soldi degli investitori invece che quelli dello Stato. In sostanza, a rimetterci non sono i cittadini contribuenti, ma solo quelle persone che hanno investito soldi nelle azioni degli istituti.

Peccato che tra quegli investitori c’erano migliaia di piccoli risparmiatori che, sotto il consiglio di abili quanto disonesti consulenti finanziari, erano stati convinti a investire i propri soldi in titoli senza valore. Soldi veri in cambio di “carta straccia” insomma.
D’altro canto, il merito di questo sistema di salvataggio è stata la tutela totale dei correntisti (comunque assicurati contro fallimenti per un valore massimo di 100mila euro), che non hanno perso un centesimo, oltre ai dipendenti delle banche che hanno tenuto il loro posto di lavoro.
Ma dopo il salvataggio, cosa succede? Da ogni banca salvata nascono due entità: una “good bank” – formata con le parti sane della vecchia banca (dipendenti, filiali e crediti riscuotibili) – e una “bad bank”, una scatola vuota dove si concentrano le perdite e i credi- ti inesigibili, che alcune società specializzate recupereranno in una minima parte.
L’idea che sta dietro al bail in è responsabilizzare gli investitori: chi investe in una banca o acquista prodotti finanziari rischiosi, ma con alto rendimento, deve farlo sapendo a ciò che va in contro.

Facile a dirsi, ma in questo caso molti investitori hanno dichiarato di essere stati truffati. Questi adesso dovranno intraprendere singole azioni legali contro le banche e sperare in sentenze favorevoli per recuperare i soldi perduti. Sembrerebbe comunque che il Governo stia studiando insieme alla Commissione Europea una procedura di arbitrato più veloce della normale giustizia civile. Insomma, se non si riuscirà a garantire il rimborso delle perdite, per lo meno si cercherà di avere una “giustizia” più veloce.
Oltre agli azionisti, lo tsunami finanziario ha creato scompensi anche alla politica. L’opposizione al Governo ha contestato l’operazione di salvataggio e ha chiesto le dimissioni del Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, figlia di un membro del Consiglio di Amministrazione della Banca d’Etruria. La richiesta di dimissioni è avvenuta con una mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle, che accusava il ministro di conflitto d’interessi. Da parte sua, la Boschi si è sempre difesa spiegando che nessun favoritismo era stato concesso all’istituto per cui suo padre lavorava. Di fatto, la sfiducia è stata respinta, grazie anche all’atteggiamento del centro destra, con Forza Italia che si è astenuta dal voto. Il comportamento di FI non è piaciuto ai suoi alleati, Lega Nord e Fratelli d’Italia, causando una spaccatura nell’opposizione. Spaccatura che si è fatta sentire anche dentro Forza Italia, dove sono emerse grandi divisioni, con il capogruppo alla Camera Renato Brunetta che è andato contro gli ordini di scuderia.
Il risultato di tutta questa vicenda, insomma, è una matassa molto ingarbugliata dove il Governo Renzi ne esce parzialmente vincitore. Ha portato a casa un’operazione di sal- vataggio dolorosa ma necessaria, procrastinata per molto tempo, proteggendo il suo min- istro di punta, la Boschi. Ne escono vincitori, parzialmente, anche i 5 Stelle, che agli occhi degli elettori rimarranno come gli unici in grado di alzare la voce contro il Governo per chiedere, a loro modo, giustizia. A perdere, invece, sono i risparmiatori truffati. Loro dovranno sperare nell’abilità degli avvocati e nel buon senso dei giudici, che decideranno a chi restituire i soldi persi. Ne esce male anche il centro destra che si trova ancora una volta diviso. Senza considerare l’immagine dell’Italia, travolta ancora una volta da uno scandalo finanziario e dall’ombra del conflitto d’interessi.

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